Convertire… in intimità
Venerdì dopo le Ceneri –
Una parola del profeta Isaia ci porta più lontano nella comprensione delle ragioni profonde di quella che potremmo ben definire una diatriba tra Dio e il suo popolo. Per bocca del profeta Isaia, l’Altissimo smaschera il modo di ragionare errato di quanti sembrano fare tutto per il Signore e, invece, agiscono solo per se stessi: <Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci se tu non lo sai?> (Is 58, 3). La risposta a questa domanda la troviamo nella domanda del Signore Gesù con cui sembra essere rifondato radicalmente il senso stesso di una pratica religiosa universalmente attestata: <Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro?> (Mt 9, 15). L’orizzonte sponsale in cui il Signore Gesù chiede di vivere il digiuno va aldilà del digiuno, senza per questo negarne la pratica, ma illuminando la mente e il cuore perché attraverso l’ascesi del cuore si compia il miracolo di un incontro sponsale e gioioso tra la nostra umanità e il desiderio più profondo che portiamo nel cuore.
Alla luce della parola e della pratica del Signore Gesù il digiuno, come forma assolutamente fisica della preghiera e apertura all’incontro con l’Altissimo, non può che darsi che in un atteggiamento di intimità. In tal senso possiamo e dobbiamo rispondere all’interrogazione divina che ci giunge attraverso il profeta: il <digiunare> e il <mortificarci> ha più senso proprio perché non lo si <vede>, ma lo si vive in un rapporto di intimità che esige una forma necessaria di segreto. Se così stanno le cose, allora è chiaro che la domanda posta dai <discepoli di Giovanni> ha la sua gravità soprattutto per una sorta di mancanza di pudore e una indebita ingerenza in una questione di intimità degli altri, che parte da un tradimento della propria personale intimità: <Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?> (9, 14).
Per comprendere la gravitas di questa domanda potremmo riproporla in termini più radicali sperando di non scandalizzare nessuno. È come se si chiedesse ad una coppia di sposi o di innamorati: <Perché noi facciamo l’amore molte volte, mentre i tuoi amici non fanno l’amore?>. Sentiamo tutti quanto inadeguata sarebbe una simile domanda che lederebbe l’intimità e non merita risposte per non scadere sullo stesso piano: <Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno> (9, 15). Il digiuno come ogni pratica ascetica ed ogni impegno per la propria crescita spirituale è qualcosa di cui si può sentire il profumo di bellezza, ma nei cui dettagli sarebbe assolutamente inadeguato addentrarsi. Il profeta Isaia ci consegna una sorta di divisa dell’ascesi espressa da una parola: <piuttosto> (Is 58, 6). In questa parola del profeta possiamo cogliere l’invito ad andare sempre più lontano e ad incamminarci non per i sentieri della soddisfazione spirituale, ma per le vie di un desiderio che cresce e si dilata sempre di più. In realtà digiuniamo semplicemente per avere fame e così riuscire a decifrare meglio di che cosa siamo affamati veramente. Se conosceremo la fame di vita che abita il nostro cuore, allora saremo più capaci di intuire e lasciarci toccare e interrogare dalla fame dei nostri simili resistendo ad ogni forma di controllo, per aprirsi ad un di più di complicità e di compassione.