Convertir… dehors

II Dimanche T.Q. –

Cette seconde grande étape de notre Carême est rythmée par un souvenir qui devient un avertissement, ou plus précisément une indication d’itinéraire : «  Dieu conduisit Abraham dehors et lui dit : «  Regarde le ciel… » ( Gn 15, 5 ). Ce n’est pas tellement différent de ce que fait le Seigneur Jésus avec ses disciples lorsqu’ « il prit avec lui Pierre, Jean et Jacques et grimpa sur la montagne pour prier » ( Lc 9, 28 ). Le rapprochement des deux textes nous aide à mieux comprendre le sens de l’un des éléments caractéristiques du chemin de Carême qui, avec le jeûne et l’aumône est vraiment la prière. Cela semble ne rien être d’autre que le consentement de notre humanité à sortir au-delà des frontières de notre propre confort pour s’ouvrir au « ciel » et grimper avec l’effort exigé sur « la montagne ». Que ce soit pour Abraham ou pour Jésus et ses disciples, il s’agit en réalité de consentir à une transfiguration – expression que Luc n’emploie pas – de notre regard pour y lire la réalité avec une nouvelle intelligence.

Le regard transfiguré est justement celui des amoureux ou d’une jeune mère face à son nouveau-né…il s’agit d’une capacité de voir plus loin, jusqu’à découvrir ce que les autres ne peuvent même pas imaginer. Si cela est le côté merveilleux de l’amour, il ne faut jamais oublier qu’entrer dans cette manière de voir, reflet du regard du Très-haut qui nous transfigure continuellement, nécessite l’indispensable connexion d’une immolation Pour Abraham, dans la nuit du passage de Dieu comme Seigneur de sa vie, tout comme pour les disciples pendant la nuit de partage de la prière avec leur Maître, il y a un pas à faire qui exige la disponibilité d’immoler sa propre façon de penser et même d’avoir peur. La «  terreur » ( Gn 15, 12 ) qui assaille Abraham n’est pas très différente de la «  peur » ( Lc 9, 34 ) qui étreint le coeur des disciples face à l’étrange discours que Jésus  entretient avec Moïse et Elie concernant  «  son exode, qu’il voulait accomplir vers Jérusalem » ( Lc 9, 31 ).

L’apôtre Paul connaît bien la difficulté d’entrer et de rester sur le chemin pascal jusqu’à implorer ses frères dans la foi «  les larmes aux yeux » afin que personne n’imite ou se laisse fasciner par «  les ennemis de la croix du Christ » ( Ph 3, 18 ). En ce deuxième dimanche de Carême, il nous est demandé de faire un pas supplémentaire «  au dehors » pour monter avec Jésus  vers «  la montagne » qui préfigure déjà le Calvaire qui devient le tremplin indispensable pour expérimenter la joie d’avoir la «  citoyenneté dans les cieux » ( 3, 20 ).

Convertire… in pratica

I settimana T.Q.

Questa prima settimana di quaresima termina con la ripresa della conclusione del discorso della montagna. Le parole rivolte dal Signore Gesù sul monte aprono ai discepoli, di ogni luogo e di ogni tempo, un orizzonte amplissimo. A ciascuno è offerta la sfida di una vita beata che non ha nulla a che vedere con un modo di vivere spensierato e autoreferenziale. Al contrario, si tratta di camminare, giorno dopo giorno, in una comunione con l’Altissimo capace di renderci veramente e visibilmente suoi figli: <Voi dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste> (Mt 5, 48). Potremmo chiudere il cerchio di questa parola conclusiva del discorso della Montagna annodandolo alle prime parole pronunciate dal Signore Gesù e così verrebbe fuori un’esortazione che potrebbe suonare così: <Siate beati come è beato il Padre vostro che è nei cieli>! Si tratta di una beatitudine che passa attraverso la disposizione ad essere capaci di andare oltre ogni barriera relazionale, sperando contro ogni evidenza e capaci di offrire un perdono che, prima di liberare l’altro, libera il nostro stesso cuore da legami ammalati e ammalanti.

La parola del Signore Gesù ci potrà sembrare forse troppo esigente, in realtà è sommamente liberante: <Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete?> (5, 46). Non si tratta qui di una <ricompensa> intesa come premio di consolazione o di riconoscimento, ma di una ricompensa beatificante capace di farci sentire all’altezza della nostra umanità formata ad immagine e somiglianza di Dio. L’Altissimo non trae la propria consistenza e non matura le proprie scelte in modo condizionato dalla risposta o dal risultato, ma in modo libero e in obbedienza al proprio cuore. La parola del Deuteronomio non lascia scampo: <Oggi il Signore, tuo Dio, ti comanda di mettere in pratica queste leggi e queste norme> (Dt 26, 16). Si tratta di essere capaci di azione proprio per imitare il Creatore e Signore della nostra vita che continuamente sostiene la nostra esistenza e non ritrae il suo soffio di creazione che ci permette di vivere, di amare, di scegliere, di desiderare.

Nella fatica del desiderio che è la nostra stessa avventura umana, non possiamo disperdere le forze, ma abbiamo il dovere – per noi e per gli altri – di ottimizzare il flusso della nostra energia senza disperdere il dono che abbiamo ricevuto e di cui siamo responsabili e questo si rende praticabile e possibile ad una condizione: <solo se tu camminerai per le sue vie e osserverai le sue leggi, i suoi comandi, le sue norme e ascolterai la sua voce> (Dt 26, 17). Amare perfino l’inamabile significa inserire nel mondo una logica più potente e più efficace di ogni sospetto e di ogni male. All’equilibrio contabile di un amore da “bancomat”, il Signore Gesù oppone il disequilibrio del dare, del pregare, del porgere, del benedire, del prestare, del fare per primi e solo per fedeltà a quell’immagine che portiamo dentro di noi e che ci forma da dentro tanto da non lasciarci deformare da ciò che avviene fuori di noi. Tutto questo nell’<oggi> concreto delle esigenze del presente dell’amore assoluto e incarnato che trova il suo fondamento e le proprie ragioni solo nel cuore.

Convertire… in riflessione

I settimana T.Q.

Nella liturgia della parola di oggi sembra proprio che il Signore inviti ciascuno di noi ad un “sacrificio” del tutto particolare: il “sacrificium intellectus”. Non si tratta di rinunciare a pensare con la propria testa, ma a pensare di più che con la testa: convertire in ri-flessione tutte le nostre idee preconcette e i nostri chiodi fissi. Il profeta Ezechiele, nella prima lettura, si mette dalla parte di Dio e ne considera l’atteggiamento benevolo verso chi è in grado di cambiare e di passare dal male al bene: <Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà> (Ez 18, 28). Lo sguardo del profeta sull’uomo è come totalmente conquistato da questa innata capacità di riflessione che riflette la divina capacità di Dio stesso di ri-flettere e di cambiare.

Questa riflessione – ri/flessione – non è altro che la capacità propriamente divino-umana di uscire dalla propria rigidità per piegarsi – flettersi – sul reale con la dolce grazia e, al contempo, rigorosa esattezza di uno specchio. Lo specchio che permette di riflettere il reale permettendo di riflettere sul reale è uno strumento di orientamento – ad esempio nella navigazione per tenere sott’occhio le stelle – e la riflessione è ciò che può dare e rettificare l’orientamento degli atteggiamenti: <Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione> (Mt 5, 25).

Il Signore Gesù, con il realismo proprio dell’evangelo, non si scandalizza di nulla e riconosce la possibilità che l’uomo arrivi ad <uccidere> (Mt 5, 21), ad insultare l’altro chiamandolo <stupido> (Mt 5, 22). Così pure contempla la possibilità di accostarsi all’altare di Dio avendo non solo un dono per Dio ma anche <qualcosa contro> (Mt 5, 23) il fratello. Al Signore Gesù non sfugge nemmeno la possibilità – da Lui stesso sperimentata in prima persona – di avere un <avversario> (Mt 5, 25). Tutto questo – sembra dirci il Signore – è possibile e non c’è da meravigliarsi che accada. Fa parte del concreto e del quotidiano in ogni tempo e per ogni persona ma tutto questo può portare ad una rigidità inflessibile oppure ad una rinnovata e approfondita volontà di riflettere. Ogni inimicizia, infatti, è il frutto di un profondo – talora profondissimo – baratro di incomprensione! Ogni <avversario> (Mt 5, 25) è una creatura della chiusura su se stessi che non rende possibile – talora nostro malgrado – di rendere l’ad-versario un con-versario. Come, infatti, dimenticare che i nemici sono solo degli amici mancati e verso cui l’unico sentimento che non riusciamo a nutrire è proprio l’indifferenza?

Il Signore Gesù ci vuole oggi mettere in guardia dal risultato tremendo a cui l’incapacità di cambiare direzione per mancanza di riflessione può infine portare: <egli morirà> (Ez 18, 25). Il vero pericolo della nostra vita rischia di non essere quello di <uccidere> (Mt 5, 21) ma quello altrettanto grave del suicidio. Ogni volta che ci separiamo dal fratello non facciamo che condannare noi stessi ad una solitudine mortifera. Forse se Caino avesse riflettuto sul suo stato d’animo e prima di presentarsi <davanti all’altare> (Mt 5, 23) di Dio si fosse presentato a suo fratello Abele per riconciliarsi con lui accettando semplicemente la sua esistenza… la storia dell’umanità sarebbe stata e sarebbe ancora diversa. Ora tocca a noi di invertire la rotta della storia. Cominciamo a riflettere, nella nostra vita, la strada tracciata tra le stelle attraverso lo specchio ben pulito del nostro cuore.

Convertire… in più

I settimana T.Q.

Il Signore Gesù ci chiede una conversione del cuore che tocca le profondità della nostra intelligenza. Il santo viaggio che stiamo interiormente vivendo per camminare e salire verso la Pasqua del Signore ci chiede di elevare sempre di più i criteri di discernimento su cui rinnovare continuamente la nostra vita. L’invito del Signore Gesù è una spinta a lasciarci sempre più formare dal nostro incontro con lo sguardo trasformante del Padre in cui ritroviamo la nostra più vera identità: <Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono> (Mt 7, 11). Il salmista mette sulla nostra bocca la parola più adatta per ringraziare e per prendere coscienza di questo continuo flusso di grazia che anima e assicura il flusso di vita che da Dio, continuamente, ci viene donato per continuare a camminare in quello che potremmo definire il processo di recupero della nostra somiglianza filiale: <Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza> (Sal 137, 3).

L’atteggiamento e le parole con cui Ester1 si rivolge al Signore suo Dio per impetrare la sua misericordia a favore del popolo minacciato di morte ci aiutano ad imparare l’alfabeto della preghiera senza il quale non possiamo scrivere una pagina di vita in cui si possa leggere un tratto di quella storia di misericordia e di amore che segna e sostiene lo stesso mistero della vita. Ester prima di tutto <si prostrò a terra con le sue ancelle da mattina a sera> (Est 4, 17p) e solo poi gridò al Signore <Vieni in soccorso…> (4, 17gg). Potremmo definire questo momento come il “Getsemani” di Ester la quale – per tre giorni – deve gestire e attraversare, consapevolmente e integralmente, la sua <angoscia>. Il testo greco esplicita in modo psicologico l’angoscia della regina, mentre la tradizione ebraica ne affida l’evocazione al segno eloquente del digiuno, la cui cifra si può solo dedurre per contrasto da ciò che avviene dopo: <quando ebbe finito di pregare, ella si tolse gli abiti servili e si rivesti di quelli sontuosi>.

La preghiera di Ester – nel testo ebraico – fa tutt’uno con il suo corpo e non ha bisogno di essere esplicitata ulteriormente. Ester sembra aver appreso in modo raffinato, alla scuola di Egai, a usare la grammatica del suo corpo come un vero e proprio mezzo di comunicazione con la propria interiorità e con il mondo circostante usandone i vari linguaggi e miscelando sapientemente le diverse tonalità. Nei suoi gesti, che il testo greco esplicita in modo accurato, la regina Ester mostra di avere piena consapevolezza di non accordare a se stessa un valore speciale tanto da rischiare la sua vita senza neanche sentire di avere, per questo, un particolare merito. La domanda del Signore Gesù e il suo camminare deciso verso la consumazione della sua Pasqua ci interrogano e ci atterrano: <Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra?> (Mt 7, 9).

Per avere il coraggio di una preghiera audace bisogna imitare Ester che trova la forza e lo stile della sua preghiera <dai libri dei miei antenati> (4, 17aa). Ester cerca le parole e i modi della preghiera, non è una temeraria, ma è una donna in ricerca, in cammino, in ascolto… una donna che sa tendere la mano della sua povertà fino a lasciarla riempire da Dio con una misura traboccante di passione e di compassione di cui si fa canale per tutti.


1. Fratel MichaelDavide, La parabola di Ester. Con il male si scherza, San Paolo 2014.

Convertire… annunciare

I settimana T.Q.

La parola che il Signore rivolge a Giona diventa un monito per ciascuno di noi: <Alzati, va’ a Ninive, la grande città e annuncia loro quanto ti dico…> (Gio 3, 2). Non bisogna dimenticare che il profeta si mette in cammino verso Ninive dopo aver fatto di tutto per andarsene il più lontano possibile dalla missione che gli veniva affidata. Forse dobbiamo sostare un poco sulla resistenza di Giona a farsi latore di un invito alla conversione che da parte dell’Altissimo è sincero: il Signore pensa veramente che gli abitanti di Ninive si potranno convertire. Questo indispettisce, dall’inizio alla fine del suo percorso resistente all’idea della misericordia, il povero Giona che dovrà dapprima essere inghiottito da una balena e poi vedersi avvizzire la <pianta di ricino> che le faceva non solo ombra ma persino compagnia in quel suo altezzoso tenersi in disparte da tutti con un senso di superiorità e di fastidio. È difficile per Giona digerire la misericordia come atteggiamento e come stile divino che, naturalmente, gli richiede una conversione del suo stesso stile di vita alla misericordia.

Se seguiamo con attenzione il percorso personale di Giona ci rendiamo conto che, in realtà, quest’uomo più che annunciare qualcosa diventa egli stesso annuncio di un’esperienza possibile di fuga e di ritorno: è quella che ogni uomo e ogni donna vive nel suo dramma di relazione con Dio. Per questo il Signore Gesù reagisce in modo aspro alla richiesta di un <segno> (Lc 11, 29) e in questo modo richiama l’attenzione su se stesso come <segno> da saper accogliere in qualità di annuncio e opportunità di conversione. La conclusione ci interpella severamente: <Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona> (11, 32).

La domanda si pone: “In che misura e perché Gesù è più grande di Giona?”. Le risposte possono essere molte e diverse ma ci piace pensare che il Signore Gesù, quale Verbo eterno del Padre venuto a vivere in mezzo a noi come noi, abbia fatto molta più strada di Giona per venirci incontro e di questo talora noi rischiamo di non essere consapevoli. Inoltre, siamo noi, non solo gli abitanti della Ninive infedele del nostro cuore, ma siamo pure apostoli mandati ad annunciare alle “Ninive” dei nostri giorni che il Signore non solo chiede, ma crede nella conversione di tutti e di ciascuno. Pertanto, questo annuncio non è efficace se viene mediato da semplici banditori disincantati, ma esige dei testimoni appassionati. Mentre Giona s’imbarca a Tarsis per non essere complice della misericordia di un Dio troppo buono e per questo alquanto scomodo, il Signore Gesù, si dirige decisamente a Gerusalemme e assume il dolore di appassire sulla croce pur di rivelare come l’amore può tutto e spera tutto. Invece di farsi inghiottire e sputare dalla balena, il Cristo sale sulla croce che diventa l’amo cui il serpente antico abbocca fino ad esserne vinto. Ora tocca a noi di scegliere se fuggire dalla misericordia e immergerci nello stile divino dell’amore fino a lasciarci interamente purificare e cambiare dalla speranza del Padre per tutti i suoi figli che dovrebbe diventare la nostra speranza fraterna: si può sempre cambiare… in meglio!

Convertire… lo spreco

I settimana T.Q.

Vogliamo introdurci nella meditazione dei testi che la Liturgia ci propone per questa ulteriore tappa del nostro cammino quaresimale riprendendo un testo di papa Francesco: <Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal mondo che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”>1. Il Signore ci mette in guardia da un rischio sempre in agguato quando ci mettiamo in atteggiamento di preghiera: <non sprecate parole come i pagani> (Mt 6, 7). Eppure, non basta evitare lo spreco delle parole se la preghiera non forma nei discepoli uno stile in cui la sobrietà si accompagna in modo del tutto naturale e necessario alla solidarietà.

Per questo siamo invitati a ritmare la preghiera prima di tutto con l’invocazione: <Padre nostro…> (6, 9) fino a farci voce di ogni fratello e sorella in umanità che si volge verso il suo Creatore sperando e chiedendo ogni giorno quello che viene definito e invocato come <il nostro pane quotidiano> (6, 11). L’attenzione a non sprecare parole diventa preoccupazione di non sprecare nulla per condividerlo con tutti. Questa condivisione deve avvenire non in forma di semplice elemosina, ma come segno di una coscienza di appartenere tutti alla stessa terra e di dover condividere ogni dono con tutti perché è stato creato per tutti e donato per il bene e la felicità di ciascuno. La preghiera del Signore rappresenta per ogni discepolo la sfida quotidiana di una conversione in cui il posto di Dio nella propria vita è continuamente verificato dallo spazio che sappiamo dare agli altri fino a mettere la nostra vita a loro servizio.

Anzi, la preghiera del Signore ci porta ancora più lontano quando ci fa dire: <rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori> (6, 12). Il fatto che questo passaggio della preghiera sia così essenziale è confermato dal fatto che il tema è ripreso come conclusione e quasi come sigillo autenticante di ogni preghiera che sia riconoscibile come propria dei discepoli di Cristo: <Se voi infatti perdonerete agli altri…> (6, 14). Così il perdono diventa la condizione necessaria alla preghiera e la garanzia che essa faccia la stessa strada – al contrario – della Parola di Dio. Solo così la preghiera potrà salire al cielo in modo efficace e fecondo così che <dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia> (Is 55, 10). Di fatto alla <pentola di fagioli> della ripetizione di formule di preghiera si oppone un atteggiamento di umile ascolto che si fa sensibilità verso i nostri bisogni di cui possiamo serenamente parlare a Dio, ma anche dei bisogni degli altri, primo fra tutti quello di essere perdonati… un modo per dire essere accettati per quello che si è in realtà e nonostante tutte le proprie buone intenzioni e i propri sforzi.

Così la preghiera crea un mondo stupendo in cui ci si può parlare e ci si può ascoltare: questo è il miracolo della preghiera che fa tutt’uno con il miracolo dell’amore.


1. PAPA FRANCESCO, Evangelii gaudium, 53.

Convertire… lo sguardo

I settimana T.Q.

Forse non riflettiamo mai abbastanza su quanto sia importante nella nostra vita quotidiana lo sguardo. Per comprendere meglio questo dovremmo dialogare con una persona ipovedente al fine di comprendere quanto sia importante quello che vediamo continuamente non solo durante le nostre ricche giornate, ma persino di notte mentre sogniamo. Il Signore Gesù, con la parabola che leggiamo nella liturgia, ci chiede di mettere sotto esame il nostro modo di guadare verso gli altri chiedendoci non solo di andare oltre le apparenze, ma, ancor più profondamente, di essere in grado di vedere oltre ciò che si vede e ancora più oltre ciò che l’altro ci mostra di se stesso. Naturalmente questo vale anche per noi stessi nei riguardi degli altri. La parola del Levitico è un invito forte a mettere tutta la nostra esistenza in cammino verso la santità: <Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo> (Lv 19, 2). Nella prima lettura troviamo che le conseguenze di questo impegno a farsi imitatori di Dio tocca la vita in tutti i suoi aspetti, ma soprattutto per quanto riguarda il nostro modo di entrare in relazione con gli altri: <né metterai inciampo davanti al cieco> (19, 14).

Il Signore Gesù rende questo atteggiamento di attenzione, di sensibilità nei confronti di chi è più povero e bisognoso ancora più radicale e lo fa assolutizzando – fino alle sue estreme conseguenze – il regime dell’incarnazione che diventa così uno stile esigente e irrinunciabile di relazione: <In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me> (Mt 25, 40). Questa identificazione tra il Cristo e il piccolo che incontriamo sulla nostra strada, rende le cose più difficili, ma anche più belle. L’amore, con le sue esigenze di attenzione e di decisione nella compassione, non è più programmabile o limitabile alle nostre previsioni, ma è una continua sorpresa che esige la capacità di lasciarsi sorprendere fino a farci radicalmente scomodare da tutte quelle abitudini e atteggiamenti con cui abbiamo, giorno dopo giorno, messo al sicuro la nostra vita dalla prova della verità nell’attenzione a ciò che è più debole e più piccolo.

La parola di accoglienza e di riconoscimento da parte del re più che un premio suona come una constatazione soddisfatta del Maestro che riconosce nei suoi discepoli un cammino veramente compiuto proprio quando sono diventati più sensibili al mistero dell’altro, soprattutto quando non può imporsi in nessun modo: <Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo> (25, 34). La parola con cui l’Altissimo dice <Io sono il Signore> diventa la porta e lo stampo perché noi possiamo, in verità, dire davanti a Lui: “Io sono l’uomo” che tu hai creato.

L’ultima parola della prima lettura <ama il prossimo tuo come te stesso> diventa per il Vangelo ancora più radicale tanto da poter risuonare quasi come <amalo più di te stesso>. In ogni modo sembra che l’unico peccato imperdonabile sarà la cecità nei confronti del fratello quando la vita lo rende <piccolo>. Questo è il primo passo per accogliere la totalità di noi stessi quando siamo obbligati ad accogliere ciò che in noi è più povero e più fragile accettando che lo sguardo degli altri si posi su di noi con amore e autentica compassione.

Convertire… in credo

I Domenica T.Q. 

Ancora una volta la Chiesa con il suo ritmo liturgico ci chiede di riprendere la strada del deserto. Come spiega un monaco benedettino contemporaneo: <Il deserto verso cui lo Spirito sospinge Gesù non ha un nome particolare, non corrisponde comunque a un luogo geografico, è il deserto e basta, vale a dire l’interno di noi stessi. Questo luogo interiore che è una parte anatomica dell’uomo spirituale e che molti ignorano per paura, o per mancanza di esercizio. Perché questa parta della nostra umanità ha di speciale il fatto che si atrofizza se non ci si occupa di essa e, invece, diventa immensa nella misura in cui la si abita>1. Il primo modo per tenere in esercizio il contatto con la nostra interiorità e così poter affrontare ogni giorno il nostro esodo interiore è quello di essere capaci di fare memoria. Stranamente e provvidenzialmente, la Quaresima comincia quest’anno non con la pianificazione delle nostre prestazioni ascetiche, bensì con un grande gesto di gratitudine frutto di una sana e viva memoria del dono di salvezza che abbiamo ricevuto: <Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all’altare del Signore, tuo Dio…> (Dt 26, 4).

Il primo passo del nostro cammino quaresimale è una sorta di raccolta e di concentrazione sulla memoria di ciò che il Signore ha fatto per noi. La nostra risposta di fede nasce da una coscienza che sta a fondamento della nostra fede: Dio <ascoltò…vide… fece> (26, 7). Si tratta non più di credere in una forza oscura né di un’energia luminosa ma in un Dio che si è totalmente investito con tutta la sua persona che si rivela in relazione alla nostra umanità quasi fisicamente: orecchio, occhio, mano: <Ci condusse in un luogo e ci diede questa terra, dove scorre latte e miele> (26, 9). L’apostolo Paolo ci ricorda con forza che non siamo chiamati a vagare, ma siamo chiamati a scendere dentro il nostro cuore poiché <Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore> (Rm 10, 8).

Le citazioni delle Scritture da parte del Signore Gesù non sono un invito a bacchettare il mondo a forza di riferimenti biblici, ma sono il segno di una sensibilità forgiata alla scuola della Parola per ascoltare la realtà e non lasciarsi mai tentare dalle vie e dai modi più facili. Mentre il tentatore cerca di isolare alcuni elementi della vita assolutizzandoli – pane, potere, prestigio – il Signore Gesù non perde mail il contatto con la totalità della vita che va sempre vissuta in relazione a Dio attraverso una docile capacità di leggere la vita più che immaginarla: <Sta scritto…> (Lc 4, 4). Il Signore Gesù si fa modello per noi del modo di abitare il nostro quotidiano deserto interiore con coraggio e una grande dose di semplicità che permette di attraversare la tentazione senza scomporsi e senza troppo impressionarsi. Nella vita di fede il<come> è importante tanto quando il <perché> e il <che cosa>, e questo discernimento di “modalità” siamo chiamati a farlo nelle profondità del nostro cuore. Dunque, come esorta lo stesso monaco citato sopra: <Prendiamo la Quaresima dalla parte migliore, dalla parte dello Spirito Santo>.


1. F. CASSINGENA-TREVEDY, Sermons aux oiseaux, Ad Solem, Genève 2009, pp. 86-87.

Convertir… en credo

I Dimanche T.Q. –

Une fois encore, par son rythme liturgique, l’Église nous demande de reprendre la route du désert. Comme nous l’explique un moine bénédictin contemporain : «  Le désert vers lequel l’Esprit Saint pousse Jésus, n’a pas de nom particulier, il ne correspond pas à un lieu géographique, c’est le désert tout simplement, c’est-à-dire l’intérieur de nous-mêmes. Ce lieu intérieur qui est une partie anatomique de l’homme spirituel et que beaucoup ignorent par peur ou par manque d’exercice. Car, cette part de notre humanité a comme particularité le fait de s’atrophier si elle ne s’occupe pas d’elle-même, et, au contraire, elle devient immense dans la mesure où elle est habitée » 1. La première façon de s’exercer à entrer en contact avec notre intériorité et ainsi de pouvoir affronter chaque jour notre exode intérieur, consiste à être capable de se souvenir. Etrangement, et providentiellement, le Carême commence cette année, non pas, par la planification de nos prestations ascétiques, mais plutôt par un grand geste de gratitude, fruit d’une saine et vive remémoration du don du salut que nous avons reçu : «  Le prêtre prendra le panier de tes mains et le déposera devant l’autel du Seigneur, ton Dieu… » ( Dt 26, 4 ).

Le premier pas de notre chemin quadragésimal est une sorte de recueil et de concentration sur la mémoire de ce que le Seigneur a fait pour nous. Notre réponse de foi naît d’une prise de conscience de ce fondement de notre foi : «  Dieu  « écouta…vit…fit » ( 26, 7 ). Il ne s’agit plus de croire en une force obscure, ni en une énergie lumineuse, mais en un Dieu qui s’est totalement investi par toute sa personne et qui se révèle en relation avec notre humanité, quasi physiquement : par l’oreille, l’œil, la main : «  Il nous conduisit dans un endroit et nous donna cette terre où coule le lait et le miel » ( 26, 9 ). L’apôtre Paul nous rappelle avec force que nous ne sommes pas appelés à vagabonder, mais nous sommes appelés à descendre au fond de notre coeur, car «  Près de Toi est la Parole, sur ta bouche et dans ton coeur » ( Rm 10, 8).

Les citations des Ecritures de la part du Seigneur Jésus ne sont pas une invitation à sermonner le monde à coup de références bibliques, mais elles sont le signe d’une sensibilité forgée à l’école de la Parole, pour écouter la réalité et ne jamais se laisser tenter par les chemins et les moyens les plus faciles. Alors que le tentateur chercher à isoler certains éléments de la vie en les rendant absolus – le pain, le pouvoir, le prestige – le Seigneur Jésus ne perd jamais le contact avec la totalité de la vie qui est toujours vécue en relation à Dieu par une docile capacité de lire la vie, plus que de l’imaginer : «  Il est écrit… » (Lc 4, 4 ). Le Seigneur Jésus devient pour nous le modèle de la façon d’habiter notre désert intérieur quotidien, avec courage et une grande dose de simplicité qui permet de traverser la tentation  sans perdre contenance et sans être trop impressionnés. Dans la vie de foi, le «  comment » est aussi important que le «  pourquoi » et le «  quoi donc », et, nous sommes appelés à  faire ce discernement de modalité dans les profondeurs de notre coeur. Alors, comme l’exhorte le moine cité ci-dessus : «  Prenons le Carême du bon côté, du côté de l’Esprit Saint ».


1. F. CASSINGENA-TREVEDY, semons aux oiseaux, Ad Solem, Genève 2009, pp 86-87

Convertire… il dito e il piede

Sabato dopo le Ceneri

La prima lettura ci offre, tra altre, due piste di conversione. La prima è quella di rinunciare a <puntare il dito> (Is 58, 9) e la seconda è una sorta di condizione necessaria per camminare nelle vie di Dio: <se non tratterrai il piede dal violare il sabato, dallo sbrigare affari nel giorno a me sacro> (58, 13). Vengono di nuovo ribadite le due coordinate fondamentali per un autentico cammino di conversione: il rapporto con Dio che genera un modo di guardare verso gli altri che non ha nulla a che vedere con un dito puntato. Nel Vangelo, il Signore Gesù si rivela veramente capace di vivere queste due dimensioni e lo fa in un modo che mette in grande imbarazzo perché mette in crisi, radicalmente, un sistema di devozione così religioso da rischiare di non essere però realmente fedele al cuore dell’Altissimo. Nella pericope evangelica la prima cosa che ci viene fatta sentire è che il Signore invece di avere un dito puntato è capace di uno sguardo: <Gesù vide un pubblicano…> (Lc 5, 27).

Pertanto, la cosa più forte è che questo incontro di sguardi cambia tutto senza cambiare apparentemente nulla. Quando il Signore Gesù invita Levi a seguirlo lo fa accettando di seguirlo a sua volta <nella sua casa> (5, 29). A differenza di quanto si narra nell’accoglienza riservata da Zaccheo a Gesù, Matteo non fa nessuna pubblica ammenda, ma semplicemente fa entrare il Signore nella sua vita, rendendolo amico dei suoi amici. La casa di Levi diventa l’icona della Chiesa chiamata ad essere il luogo di <un grande banchetto> e non una sala di tortura. Ciò che ammiriamo in questo testo è la distensione che Gesù riesce a donare a Levi invitandolo a diventare suo discepolo senza obbligarlo ad un taglio radicale con la sua vita e i suoi amici, ma accompagnandolo in un cammino di guarigione interiore con la soavità propria di un medico che non solo è capace di fare la diagnosi, ma pure di dare tutto il tempo alla terapia di fare il suo effetto con la calma necessaria.

Per i farisei questo è insopportabile! E mentre trattengono il loro piede dal varcare la soglia della casa di un pubblicano e di un peccatore, non esitano a puntare il dito non solo contro il discepolo ancora in erba, ma pure contro il maestro ai loro occhi solo apprendista più che provetto. Eppure, il Signore non si lascia intimidire: <Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati> (5, 31). Se ogni malato può sperare nella guarigione, ogni sano deve mettere in conto la malattia! Le parole del profeta Isaia ben si addicono al Signore Gesù: <Ti chiameranno riparatore di brecce, e restauratore delle strade perché siano popolate> (Is 58, 12). Concludiamo questo primo tratto del cammino quaresimale con un senso di sollievo e un conforto che ci solleva e ci consola: il tempo penitenziale che vogliamo vivere per preparare ancora le gioie e le sfide pasquali non ci punta il dito contro, ma il dito ci indica la via per ritrovare il meglio di noi stessi e apparecchiarlo per gli altri come fosse un banchetto a lungo desiderato. Quando il Signore ci indica con il dito della sua parola in realtà ci apre sempre una via perché il nostro piede possa ritrovare la strada di casa che, pur rimanendo la stessa, non è più come prima.