Largheggiare

III Settimana T.O. –

La parabola che il Signore ci racconta ci mette di fronte all’immagine del “seminatore prodigo”. Come Luca ci parlerà, in uno dei passaggi tra i più belli di tutte le Scritture, di quel “figliol prodigo” che in realtà assomiglia così tanto a suo padre che si dimostra ancora più prodigo di amore e di misericordia, così nella parabola che la liturgia ci fa leggere quest’oggi munita di spiegazione la prodigalità è la caratteristica del divino seminatore. Prima di tutto, rileggendo questa parabola, non dobbiamo cedere all’idea di preoccuparci della qualità del terreno della nostra vita ma lasciarci come stupire dalla generosa prodigalità con cui il Divino Seminatore sparge il seme della sua parola e della sua presenza. Come Natan insegna a Davide, la parola del Signore Dio è proprio come un seme affidato alla terra della nostra storia che non ama la sontuosità dei magnifici templi ma, seppure accetta di abitarvi per amore nostro, di gran lunga preferisce essere sempre e comunque il Dio che ha <camminato> (2Sam 7, 7) e che accetta persino di cadere nel solco come <un chicco di grano> (Gv 12, 24) accettando di marcire pur di non tirarsi indietro dal condividere in tutto e fino in fondo il nostro cammino di uomini e donne. Le spine, le pietre, l’aridità della strada polverosa della nostra vita possono anche essere l’unica cosa che siamo in grado di offrire al seme della divina presenza dentro di noi… e dobbiamo imparare a farlo con atteggiamento prodigo e non malvolentieri e come frustrati per la nostra debolezza. Il solo fatto che il Signore accetti di lasciarsi cadere dentro il solco della nostra vita può dare una speranza oltre ogni speranza e questa può abbellire il terreno del nostro cuore dandogli una fecondità insperata. Come spiega Cesario di Arles: <ci sono due specie di campi: uno è il campo di Dio, l’altro è il campo dell’uomo. Hai la tua tenuta; anche Dio ha la sua. La tua tenuta è la terra; la tenuta di Dio è la tua anima. È forse giusto che coltivi il tuo campo e lasci incolto il campo di Dio? Coltivi la tua terra, e non coltivi la tua anima?>1. Eppure, il coltivare per noi non è altro che il lasciarci coltivare da Dio stesso che continuamente ripete anche a ciascuno di noi quanto sussurra al cuore di Davide troppo preso da se stesso e troppo fiducioso sulle sue capacità: <Forse tu mi costruirai una casa perché io vi abiti?> (2Sam 7, 5). Al rimprovero si aggiunge prontamente una promessa: <Fisserò un luogo a Israele mio popolo e ve lo pianterò perché abiti in casa sua> (7, 10). Alla voce di un Padre si aggiunge concordemente quella di un biblista dei nostri giorni che così spiega a sua volta: <L’opera del discepolo non sarà mai quella di portare un Regno già fatto (sarebbe un venditore di alberi, non un seminatore). […] Dobbiamo imparare dunque a fare i seminatori, mentre ci hanno spesso insegnato a fare i coltivatori, i potatori; in realtà oggi non funziona più: occorre ributtare il seme>2… e farlo con lo stesso atteggiamento del Signore: prodigo.


1. CESARIO DI ARLES, Discorsi, 6.

2. B. MAGGIONI, La Parola di fa carne. Itinerari biblici di spiritualità missionaria, Bologna 1999, pp. 35-37.

30 gennaio: atto di fondazione dell’Abbazia SS Pietro e Andrea di Novalesa: il VIDEO

Sterilità

III Settimana T.O. –

La lettura liturgica delle Scritture ci fa saltare un versetto assai importante: <… e Mikal, figlia di Saul, non ebbe figli fino al giorno della sua morte> (2 Sam 6, 23). Davide accetta di danzare davanti a Dio come <un uomo da nulla> (6, 20) così lo apostrofa sua moglie Mikal quando, dalla sua finestra dove si tiene aristocraticamente separata dal resto del popolo, lo vede danzare <con tutte le forze davanti al Signore> (6, 14). Ma Davide, nella cui discendenza si incastona quale preziosissima perla la carne del Verbo di Dio, si mostra re soprattutto quando si mostra <uomo> come e con tutti gli altri. Anche se questo non viene approvato, anzi viene disprezzato da Mikal la quale – come figlia di Saul – ha un’idea aristocratica e non solidale della regalità, nondimeno è uno degli aspetti che rende Davide una figura profetica del Cristo.

Così, in modo non molto diverso da quello di Mikal, anche i parenti di Gesù – non esclusa sua madre – fanno fatica ad entrare nel cerchio di coloro che stanno seduti attorno al Maestro e per il loro ascolto diventano la sua vera e irrinunciabile famiglia: <Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli!”> (Mc 3, 34). Dovremmo sostare in silente contemplazione sostando interiormente su questo sguardo circolare di Gesù che si dimostra capace di accogliere tutti nel mistero della loro unicità e diversità, ma che pure li rende parte irrinunciabile di quella <volontà di Dio> che ci pensa e ci vuole gli uni per gli altri: <fratello, sorella e madre> (3, 35).

Come discepoli siamo energicamente invitati ad accettare di entrare nel cerchio senza voler rimanere <fuori> (3, 32), ma amando di entrare dentro al circolo della danza che fa dimenticare ogni pretesa di superiorità dandoci la <gioia> (2Sam 6, 12) di sentirci parte di una stessa ed unica famiglia.

Abbondante

Santi Timoteo e Tito –

La parola con cui il Signore invia i suoi discepoli ad annunciare la presenza del Regno di Dio indica una dismisura e un paradosso che sembrano irrinunciabili per una missione che non sia semplicemente un contenuto dottrinale – per quanto elevato – ma uno stile di vita capace di farsi lievito nella realtà di un modo evangelico di vivere, di sentire, di reagire. Da una parte il Signore ricorda ai settantadue discepoli che <La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!> (Lc 10, 2) e dall’altra chiede loro di non attrezzarsi troppo, anzi di non attrezzarsi affatto: <non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada> (10, 4). Sembra che l’ampiezza del lavoro cui i discepoli sono chiamati non debba in nulla metterli in agitazione. Al contrario il Signore chiede una misura ancora più grande di fiducia non in se stessi, nei propri mezzi e persino nell’annuncio di cui sono portatori, ma negli altri verso cui i loro passi vengono indirizzati in una semplicità e libertà. Questo stile, che si fa tratto inconfondibile, è già annuncio e testimonianza di un modo nuovo di approcciare e di presentarsi: <Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa> (10, 7) e nello stesso tempo non può pretendere in alcun modo di essere ricompensato.

Alla <messe abbondante> che rischierebbe di esasperare, il Signore sembra contrapporre una fiducia interiore ancora più abbondante da essere capace di donare ai suoi discepoli persino la serenità di affrontare l’inevitabile rifiuto senza nessun vittimismo né alcuna recriminazione: <ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi> (10, 3). Sembra che la vera preoccupazione del Signore non è che i suoi discepoli siano risparmiati, ma che abbiano il coraggio di rimanere sempre e comunque dei veri <agnelli>. Ciò che nella Colletta dell’Eucaristia dei santi Timoteo e Tito viene evocata e invocata come <scuola degli apostoli>, sembra non essere altro che questa leggerezza interiore che permette di coniugare al realismo di uno sguardo disincantato e preciso sulle situazioni, una fiducia invincibile. Proprio e solo questa fiducia rende possibile continuare a seminare e a mietere senza nessun calcolo e con una gratuità che diventa un vero e proprio stile di vita e, in particolare, stile di relazione.

Lo ricorda con dolcissima forza l’apostolo Paolo scrivendo a uno dei suoi discepoli e collaboratori più stimati e amati: <Dio, infatti, non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza> (2Tm 1, 7). La <medesima fede> (Tt 1, 4) da cui Paolo sente di essere intimamente legato a Tito diventa una sorta di forza interiore che permette continuamente di comunicare il meglio di sé creando attorno a sé un <ordine> (1, 5) che è quello di un amore e di un’attenzione sempre più profonde e autentiche.

Ritirarsi per aprirsi

III Domenica T.O. 

Il Signore Gesù attende che la storia gli faccia segno per poter prendere il suo posto e il segno è l’arresto di Giovanni. La lunga attesa del Signore nell’ombra è uno dei segni forti del suo essere attento, senza essere smanioso: <Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nazaret e andò ad abitare a Cafarnao sulla riva del mare, nel territorio di Zabulon e di Neftali> (Mt 4, 12-13). Si compie così la visione del profeta Isaia con cui si apre la Liturgia della Parola. Essa è ben più di un sogno, è un segno che indica l’inizio di una nuova era il cui punto di partenza è una ricomprensione profonda degli atteggiamenti e dei desideri di sempre: <In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti> (Is 8, 23). L’umiliazione cui si riferisce il profeta è il fatto drammatico e doloroso di una parte del popolo eletto che cade sotto la dominazione dei pagani, degli Assiri, ritrovandosi così a stretto contatto con gli usi e le mentalità di coloro che non condividono la fede e le consuetudini della tradizione.

Ebbene, questa situazione drammatica diventa il punto di partenza per i tempi nuovi che vengono inaugurati nella predicazione di Gesù di Nazaret il quale – stranamente – dopo aver atteso a lungo nel nascondimento e nel silenzio della sua ordinarissima vita, ed aver aspettato il compiersi del ministero profetico del Battista, prende il suo posto nella storia. In realtà, stando alla conclusione dei vangeli dell’infanzia secondo Matteo, Gesù, nato a Betlemme di Giudea, è stato condotto – da suo padre Giuseppe – in Galilea, rientrando dall’Egitto per stare il più possibile lontano da Gerusalemme che è il centro del potere religioso e politico, e quindi una minaccia per Gesù, come si verificherà alla fine del suo cammino. Il fatto che Gesù si ritiri ulteriormente oltre il Giordano, ossia nella parte inversa di quella che viene considerata la terra santa delle promesse, indica un ulteriore passo di Gesù verso l’umanità della nostra umanità.

Non basta Nazaret arroccata tra le colline ove vive un rimasuglio agguerrito della stirpe davidica, ma a Cafarnao la città di frontiera, di passaggio, di incontro, di diversità… simbolo delle città non sante e non tradizionali di ogni luogo e di ogni tempo. Laddove noi pensiamo al ritiro dal mondo delle ambiguità e della complessità, Gesù ci indica il ritiro nel mondo inteso come crocevia possibile di salvezza. Il Signore Gesù prende il testimone dalle mani di Giovanni Battista, ma il fuco che arde nella fiaccola viene direttamente dal suo cuore, così come viene ulteriormente approfondito dall’apostolo: <non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo> (1Cor 1, 17). La conversione già predicata dal Battista non è più una condizione di accesso al Regno, ma è il modo – personale e unico – per accoglierlo. Proprio come avviene con il gesto, assolutamente nuovo, di un Maestro che chiama dei discepoli a seguirlo per essere se stessi fino in fondo: <pescatori> (Mt 4, 18). La novità dell’approccio di Gesù è assoluta. Non sono i discepoli a cercare il Maestro, ma è il Maestro che, nella linea dei profeti come Elia ed Eliseo, chiama dei discepoli. Inoltre, il Signore Gesù non chiama gente capace, ma è la sua chiamata a rendere capaci di diventare <pescatori di uomini> (4, 19).

Se retirer pour s’ouvrir

III Dimanche T.O. 

Le Seigneur Jésus attend que l’Histoire lui fasse signe pour pouvoir prendre sa place et le signe est l’arrestation de Jean. La longue attente dans l’ombre du Seigneur est l’un des signes forts de sa façon d’être attentif, sans être impatient : «  Quand Jésus sut que Jean avait été arrêté, il se retira en Galilée, laissant Nazareth et vint s’établit à  Capharnaüm, au bord de la mer, sur les confins de de Zabulon et de Nephtali » (Mt 4, 12-13). Ainsi s’accomplit la vision du prophète Isaïe par qui s’ouvre la Liturgie de la Parole. Ceci est bien plus qu’un songe, c’est un signe qui indique le début d’une ère nouvelle dont le départ est une compensation profonde des attentes et des désirs permanents : « Mais, il n’y a plus d’humiliation pour la terre qui a été dans l’angoisse, comme le premier temps a couvert d’opprobre le pays de Zabulon et le pays de Nephtali, le dernier temps remplira de gloire la contrée qui touche à la mer, le pays d’au-delà du Jourdain et le district des Gentils » (Is 8, 23). L’humiliation dont parle le prophète est le fait dramatique et douloureux d’une partie du peuple élu qui tombe sous la domination des païens, des Assyriens, se retrouvant ainsi au contact étroit des habitudes et des mentalités de ceux qui ne partagent pas la foi et les coutumes de la tradition.

Alors, cette situation dramatique devient le point de départ des temps nouveaux inaugurés par la prédication de Jésus de Nazareth qui, – étrangement – après avoir attendu longtemps dans l’ombre et le silence de sa vie ordinaire, et avoir attendu l’accomplissement du ministère prophétique de Jean Baptiste, prend sa place dans l’Histoire. En réalité, d’après la conclusion des évangiles de l’enfance selon Matthieu, Jésus, né à Bethléem de Judée, a été conduit  – par son père Joseph – en Galilée, en revenant de l’Egypte pour rester le plus longtemps possible loin de Jérusalem, centre du pouvoir religieux et politique et donc menace pour Jésus, comme cela se vérifiera à la fin de son parcours. Le fait que Jésus se retire, ultérieurement au-delà du Jourdain, voire dans la partie inverse de celle considérée comme terre sainte des promesses, indique un pas  en plus de Jésus vers l’humanité de notre humanité.

Nazareth, accrochée aux collines où  vit un petit groupe endurci de la lignée de David, ne suffit pas, mais c’est Capharnaüm, ville frontière, ville de passage, de rencontres, de diversité…symbole des villes non saintes et non traditionnelles de tous les lieux et de tous les époques. Là où l’on ne pense pas à se retirer des ambiguïtés et des complexités du monde, Jésus nous indique le retrait dans un monde à grande affluence, comme chemin de croix possible pour le salut. Le Seigneur Jésus prend le flambeau des mains de Jean Baptiste, mais le feu qui brûle dans la flamme vient directement de son coeur, tout comme cela est approfondi ultérieurement par l’apôtre : « Tu ne m’as pas envoyé baptiser, mais annoncer l’Evangile, et sans recourir à la sagesse du langage, pour que ne soit pas réduite à néant la croix du Christ » ( 1Co 1, 17). La conversion déjà prêchée par Jean Baptiste n’est plus une condition à l’accès au Royaume, mais la façon – personnelle et unique – de l’accueillir. Comme cela arrive avec le geste absolument nouveau d’un Maître qui appelle des disciples à le suivre pour être eux-mêmes, entièrement «  pêcheurs » ( Mt 4, 18 ). La nouveauté de l’approche de Jésus est absolue. Ce ne sont pas les disciples qui cherchent le Maître, mais c’est le Maître qui, dans la lignée des prophètes, comme Elie et Elisée, appelle des disciples. En plus, le Seigneur Jésus n’appelle pas des personnes capables, mais c’est son appel qui nous rend capables de devenir «  pêcheurs d’hommes » ( 4,19).

Casa

II Settimana T.O. –

In due brevi versetti, l’evangelista Marco ci mette di fronte ad un problema relazionale e di intesa che si aggiunge a quelli che già il Signore Gesù sta vivendo a motivo dell’opposizione degli scribi e dei farisei. Il testo annota che <i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo> (Mc 3, 21). Non è chiaro, se all’origine del turbamento dei familiari di Gesù ci sia il fatto che troppa gente continuamente gli richieda così tanta attenzione da ritenere che ciò lo stanchi troppo, oppure per un particolare che non deve sfuggirci e che viene accuratamente ricordato ed evidenziato da Marco: <entrò in una casa> (3, 20). Forse, pur senza necessariamente tralasciare la giusta preoccupazione per Gesù da parte dei suoi familiari, ciò che turba e allarma di più è che l’”Augusto Congiunto” si possa trovare a proprio agio e compiere i segni di salvezza e di guarigione in una <casa> che non è quella o una di quelle della sua famiglia di origine.

Questo è talmente inammissibile da indurre i suoi familiari ad esprimere su Gesù un giudizio pesante: <E’ fuori di sé> (3, 21). Perché mai Gesù dovrebbe entrare <in una casa> diversa e, soprattutto, non sarebbe meglio rimanere sotto la protezione e dando protezione, privilegio e lustro alla sua famiglia? Questo brevissimo e raro passo del Vangelo che ci parla dei familiari di Gesù, in realtà è qualcosa che tocca e interroga profondamente la nostra vita di discepoli e richiama ad un serio esame di coscienza la Chiesa che rischia di ritenersi l’unica “casa” in cui il Signore operi e doni la salvezza. La vigilanza non sarà mai troppa per non cadere nella stessa trappola in cui si ritrovano i familiari di Gesù tanto da accusarlo di essere <fuori di sé> solo perché vive “fuori” dai confini visibili dei legami, degli affetti, delle consuetudini e delle costrizioni. In realtà, non è Gesù ad essere pazzo, ma siamo noi, forse, a rischiare di impazzire davanti alla libertà e alla generosità del Signore che non si lascia imprigionare in nessuno schema e non si lascia ridurre a nessun progetto o strategia.

Quella che troviamo nel Vangelo è una piccola foto di famiglia che potrebbe anche essere ritenuta una piccola foto di Chiesa! Il Signore Gesù deve affrontare l’ostilità e l’incomprensione della sua famiglia, la più difficile! Eppure, Gesù rimane uguale a se stesso, libero e fedele al suo eccesso nell’amare. Ritroviamo lo stesso eccesso nella reazione di Davide alla notizia della morte degli eroi che spingono non a rallegrarsi perché la strada verso il potere non avrà ormai più ostacoli, ma a fare memoria dell’amicizia di Gionata <più preziosa di amore di donna> (2Sam 1, 26). L’amore, e non il potere, è al cuore della missione e dell’identità di Gesù e questo è un principio che, come discepoli e come Chiesa, dobbiamo continuamente imparare e con cui si deve avere il coraggio di confrontarsi e verificare le scelte, le reazioni, i timori… che continuamente sorgono nei nostri cuori.

Volti veri

II Settimana T.O. –

Il Vangelo ci conduce oggi <sul monte> (Mc 3, 13) ove il Signore Gesù vive uno dei momenti più importanti della sua missione con la decisione di costituire attorno a sé un gruppo di <Dodici> (3, 14) che non hanno per nulla l’aria di essere un gruppo scelto, quanto piuttosto un gruppo emblematico in cui già possiamo ritrovare i volti di quanti nei secoli e nei luoghi più diversi cercheranno di essere per Gesù la sua famiglia e per il mondo i testimoni di una parola che guarisce e risana. La prima lettura, invece, ci fa entrare in una <caverna> (1Sam 24, 4) che sembra essere il simbolo del segreto del cuore ove si rivela la qualità di Davide capace di non approfittare della debolezza di Saul per umiliarlo, bensì per manifestargli il suo difficile, ma ancora più reale amore con una sorta di protesta che rivela altresì il cuore di Saul : <Guarda, padre mio, guarda il lembo del tuo mantello nella mia mano… riconosci dunque e vedi  che non c’è in me alcun male né ribellione… invece tu vai insidiando la mia vita per sopprimerla> (24, 12).

Il salire sul monte di Gesù – si ricordino il monte delle Beatitudini, il Tabor… il Golgota – come lo scendere di Davide nella caverna <di fronte alle Rocce dei Caprioli> (24, 3) ci ricordano simbolicamente che qualcosa non solo di importante, ma di sommamente rivelativo sta avvenendo in cui si manifesta il mistero che sta al fondo della nostra umanità la cui qualità non può che rivelarsi nella relazione. I discepoli che diventano – per una scelta libera e solenne – apostoli e il cui numero viene come ridotto, non solo per evocare le dodici tribù di Israele, ma perché siano un luogo di vero confronto tanto che non si fa mistero sin da subito che l’elezione non ripara dalla fatica della dilezione: <… e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì> (Mc 3, 19). Sul volto di ciascuno degli apostoli possiamo forse riconoscere un tratto – magari una ruga – del nostro stesso cammino di discepoli e di testimoni. 

Il Signore Gesù costituisce i Dodici e lo fa per una ragione chiara e semplice al contempo: <perché stessero con lui> (3, 14)) e perché andassero ad annunciare guarendo da tutto ciò che il male rende meno vivibile nell’esistenza delle persone. Il Signore ha scelto queste persone non perché migliori – la storia si rivelerà abbastanza triste – ma perché “veri” ed “umanamente sensibili”. La modalità e la finalità della scelta dei Dodici deve continuamente interrogarci e verificarci come discepoli e come comunità di credenti. La tensione è inevitabile tra la leggera ispirazione delle origini e l’inevitabile appesantimento delle strutture: l’aspetto istituzionale della Chiesa è come il calice che permette al vino di non disperdersi e di essere bevuto serenamente.

Nel segreto della caverna dove Saul si è ritirato, Davide non stende la mano contro di lui eppure compie un gesto di alto valore simbolico: taglia un pezzo di mantello! Il mantello è segno dell’autorità e dell’individualità, toccare il lembo del mantello di qualcuno era segno di fiducia e di sottomissione e sempre di riconoscimento di autorità (Mc 5) e la stessa espressione indica, eufemisticamente, gli organi sessuali. Con questo gesto, Davide risparmia la vita a Saul ma prende le distanze da tutto ciò che Saul rappresenta nel modo di essere e di governare tagliando – per quanto sta in lui – ogni futuro ad un simile modo di essere uomo e di essere re, in contrasto con il progetto e il desiderio di Dio.

Cose belle!

II Settimana T.O. –

Le parole con cui Gionata parla a Saul di Davide sono le più belle per indicare e caratterizzare la personalità di Gesù in relazione alle folle che lo seguono con tanto ardore: <Non pecchi il re contro il suo servo, contro Davide, che non ha peccato contro di te, che anzi ha fatto delle cose belle per te> (1Sam 19, 4). Ma ancora più delle parole è Gionata stesso, con la sua capacità di non lasciarsi accecare dalla paura di essere scalzato e con la limpidezza dell’amore più puro che è quello dell’amicizia, diventa icona del Signore Gesù che accetta continuamente di illuminare con la sua parola e di guarire con il dono della sua stessa vita: <Infatti aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo> (Mc 3, 10).

Il Signore sta <presso il mare> (Mc 3, 7) della nostra vita in cammino e si fa prossimo a ciascuno di noi con quella tenerezza amicale di cui testimonia Gionata nei confronti di Davide tanto che possiamo valutare i gesti compiuti da Gesù della stessa qualità di cui l’amico parla al cuore invidioso di Saul. Di Gesù possiamo dire la stessa cosa: <ha fatto delle cose belle per te>! Nessuna selezione nella possibilità di avvicinarsi a Cristo, tutti si precipitano su di lui per toccarlo. Quanto ardore e quanta ambiguità in questi gesti così forti di preghiera e di supplica. Il Signore non disprezza la nostra fede balbettante e nello stesso tempo, accogliendoci, ci fa intravedere gli orizzonti di una relazione più vera e più profonda. Il Signore Gesù non accetta di essere riconosciuto in modo sensazionale, i suoi miracoli non sono compiuti per creare un alone mitico, ma per confermare nei gesti il contenuto del suo annuncio: riconciliare ogni uomo con se stesso, con Dio e con gli altri.

Come spiega con linguaggio contemplativo, il diacono Efrem: <Il tuo essere profondo infatti è nascosto alla vista degli uomini, ma abbozzato nei loro minimi movimenti. Le tue opere ci procurano lo schizzo del loro Autore, e le creature ci indicano il loro Creatore (Sap 13,1; Rm 1,20), perché noi potessimo toccare colui che si sottrae alla ricerca intellettuale, ma si lascia vedere nei suoi doni. È difficile giungere ad essergli presenti faccia a faccia, ma è facile avvicinarsi a lui>1. Se le folle si riuniscono, anzi si ammassano attorno a Gesù, sono dal Signore rinviati al mistero di relazione con il Padre suo, poiché di Lui è venuto a parlarci con la forza di segni capaci di farci sentire il suo amore che è per tutti ed è in particolare rivolto ai più poveri e ai più piccoli. Non basta dire come i demoni che Gesù è il Signore (Gc 2, 19) se poi la nostra vita, nel concreto delle scelte e dei gesti quotidiani, ne sfigura il volto e ne altera il messaggio contaminandolo con il proprio egoismo. Il Signore Gesù non sceglie di rivelarsi come messia trionfante, ma in quella libertà dell’amore che rispetta e sostiene l’amore della libertà, fino ad accettare che la nostra libertà lo mette a morte.


1. EFREM SIRO, Diatèssaron, preghiera finale.

Santa collera

II Settimana T.O. –

Gesù pone uno sguardo di collera sul suo auditorio a motivo della durezza di cuore di quanti – proprio i devotissimi farisei – dovrebbero essere, invece, i più sensibili al disegno amorevole di Dio per il suo popolo e in particolare per i più piccoli e poveri: <guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato…> (Mc 3, 5). Quello che il Signore Gesù pone sui farisei assomiglia tanto allo sguardo che il giovane e piccolo Davide pone sul tracotante Golia. La collera irosa di Golia e dei farisei si scontra con la santa collera di Gesù e di Davide: <Tu vieni a me con la spada, con lancia e con l’asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d’Israele, che tu hai sfidato> (1Sam 17, 45). Il campo di battaglia tra i figli di Israele e i Filistei si tramuta in un campo di battaglia più sottile <nella sinagoga> (Mc 3, 1) dove si affrontano due logiche assolutamente contrastanti: quella della tracotanza religiosa così simile a quella di Golia e quella del Vangelo di Gesù Cristo che mette sempre al primo posto il bene di chi ha più bisogno e di cui nessuno si interessa. Eppure l’effetto di questa presa di posizione è amarissimo: <i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire> (3, 6). A ben guardare non sarà poi così tanto diverso l’effetto dell’eroico gesto del giovane Davide che abbatta il Filisteo <benché non avesse spada> (1Sam 17, 50) che genererà la cieca e accecante gelosia di Saul che sarà la fonte di molte prove ed umiliazione per il pastorello, giovane e bello, di Betlemme.

Il Signore Gesù si scaglia con una prestanza analoga a quella del coraggioso Davide contro la cecità dei farisei che, in realtà, sono malati – forse ancor più malati – di quell’uomo che <aveva la mano paralizzata> (Mc 3, 1). Essi sono malati dell’ossessione di tenere in piedi un sistema che si è svuotato di senso e in cui forse non credono neppure loro stessi tanto da ammalarsi di una fedeltà alla Legge talmente mortifera e mortificante da renderla complice di decisione di morte. Non possiamo nascondere un certo sgomento davanti a tutto ciò che si fa domanda: com’è possibile decidere la morte di qualcuno o accettare una vita menomata e diminuita in nome di Dio? Difatti, bisogna riconoscerlo onestamente, siamo – più o meno consapevolmente – ben più pronti ad attribuire a Dio la fonte dei nostri mali e delle nostre disgrazie più che lasciarci veramente toccare dalla sua salvezza che ci rende sempre più capaci di vivere in pienezza. Eppure ogni volta che cediamo a questo modo di pensare a Dio si genera uno strano modo di pensare all’umano che ci abita e con cui ogni giorno dobbiamo relazionarci, cadiamo in una sorta di suicidio. Nella prima lettura troviamo che Davide disarmato: <fece un salto e fu sopra il Filisteo, prese la sua spada, la sguainò e lo uccise, poi con quella gli tagliò la testa> (1Sam 17, 51). La stessa cosa farà Giuditta con Oloferne accasciato sul suo letto regale. Sì, per quanto male possa fare il male, alla fine non può che suicidarsi perché sempre impreparato a sostenere il mite assalto di ciò che vuole il bene e, per questo, fa’ del bene: <Tendi la mano!> (Mc 3, 5).