Cose belle!

II Settimana T.O. –

Le parole con cui Gionata parla a Saul di Davide sono le più belle per indicare e caratterizzare la personalità di Gesù in relazione alle folle che lo seguono con tanto ardore: <Non pecchi il re contro il suo servo, contro Davide, che non ha peccato contro di te, che anzi ha fatto delle cose belle per te> (1Sam 19, 4). Ma ancora più delle parole è Gionata stesso, con la sua capacità di non lasciarsi accecare dalla paura di essere scalzato e con la limpidezza dell’amore più puro che è quello dell’amicizia, diventa icona del Signore Gesù che accetta continuamente di illuminare con la sua parola e di guarire con il dono della sua stessa vita: <Infatti aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo> (Mc 3, 10).

Il Signore sta <presso il mare> (Mc 3, 7) della nostra vita in cammino e si fa prossimo a ciascuno di noi con quella tenerezza amicale di cui testimonia Gionata nei confronti di Davide tanto che possiamo valutare i gesti compiuti da Gesù della stessa qualità di cui l’amico parla al cuore invidioso di Saul. Di Gesù possiamo dire la stessa cosa: <ha fatto delle cose belle per te>! Nessuna selezione nella possibilità di avvicinarsi a Cristo, tutti si precipitano su di lui per toccarlo. Quanto ardore e quanta ambiguità in questi gesti così forti di preghiera e di supplica. Il Signore non disprezza la nostra fede balbettante e nello stesso tempo, accogliendoci, ci fa intravedere gli orizzonti di una relazione più vera e più profonda. Il Signore Gesù non accetta di essere riconosciuto in modo sensazionale, i suoi miracoli non sono compiuti per creare un alone mitico, ma per confermare nei gesti il contenuto del suo annuncio: riconciliare ogni uomo con se stesso, con Dio e con gli altri.

Come spiega con linguaggio contemplativo, il diacono Efrem: <Il tuo essere profondo infatti è nascosto alla vista degli uomini, ma abbozzato nei loro minimi movimenti. Le tue opere ci procurano lo schizzo del loro Autore, e le creature ci indicano il loro Creatore (Sap 13,1; Rm 1,20), perché noi potessimo toccare colui che si sottrae alla ricerca intellettuale, ma si lascia vedere nei suoi doni. È difficile giungere ad essergli presenti faccia a faccia, ma è facile avvicinarsi a lui>1. Se le folle si riuniscono, anzi si ammassano attorno a Gesù, sono dal Signore rinviati al mistero di relazione con il Padre suo, poiché di Lui è venuto a parlarci con la forza di segni capaci di farci sentire il suo amore che è per tutti ed è in particolare rivolto ai più poveri e ai più piccoli. Non basta dire come i demoni che Gesù è il Signore (Gc 2, 19) se poi la nostra vita, nel concreto delle scelte e dei gesti quotidiani, ne sfigura il volto e ne altera il messaggio contaminandolo con il proprio egoismo. Il Signore Gesù non sceglie di rivelarsi come messia trionfante, ma in quella libertà dell’amore che rispetta e sostiene l’amore della libertà, fino ad accettare che la nostra libertà lo mette a morte.


1. EFREM SIRO, Diatèssaron, preghiera finale.

Santa collera

II Settimana T.O. –

Gesù pone uno sguardo di collera sul suo auditorio a motivo della durezza di cuore di quanti – proprio i devotissimi farisei – dovrebbero essere, invece, i più sensibili al disegno amorevole di Dio per il suo popolo e in particolare per i più piccoli e poveri: <guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato…> (Mc 3, 5). Quello che il Signore Gesù pone sui farisei assomiglia tanto allo sguardo che il giovane e piccolo Davide pone sul tracotante Golia. La collera irosa di Golia e dei farisei si scontra con la santa collera di Gesù e di Davide: <Tu vieni a me con la spada, con lancia e con l’asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d’Israele, che tu hai sfidato> (1Sam 17, 45). Il campo di battaglia tra i figli di Israele e i Filistei si tramuta in un campo di battaglia più sottile <nella sinagoga> (Mc 3, 1) dove si affrontano due logiche assolutamente contrastanti: quella della tracotanza religiosa così simile a quella di Golia e quella del Vangelo di Gesù Cristo che mette sempre al primo posto il bene di chi ha più bisogno e di cui nessuno si interessa. Eppure l’effetto di questa presa di posizione è amarissimo: <i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire> (3, 6). A ben guardare non sarà poi così tanto diverso l’effetto dell’eroico gesto del giovane Davide che abbatta il Filisteo <benché non avesse spada> (1Sam 17, 50) che genererà la cieca e accecante gelosia di Saul che sarà la fonte di molte prove ed umiliazione per il pastorello, giovane e bello, di Betlemme.

Il Signore Gesù si scaglia con una prestanza analoga a quella del coraggioso Davide contro la cecità dei farisei che, in realtà, sono malati – forse ancor più malati – di quell’uomo che <aveva la mano paralizzata> (Mc 3, 1). Essi sono malati dell’ossessione di tenere in piedi un sistema che si è svuotato di senso e in cui forse non credono neppure loro stessi tanto da ammalarsi di una fedeltà alla Legge talmente mortifera e mortificante da renderla complice di decisione di morte. Non possiamo nascondere un certo sgomento davanti a tutto ciò che si fa domanda: com’è possibile decidere la morte di qualcuno o accettare una vita menomata e diminuita in nome di Dio? Difatti, bisogna riconoscerlo onestamente, siamo – più o meno consapevolmente – ben più pronti ad attribuire a Dio la fonte dei nostri mali e delle nostre disgrazie più che lasciarci veramente toccare dalla sua salvezza che ci rende sempre più capaci di vivere in pienezza. Eppure ogni volta che cediamo a questo modo di pensare a Dio si genera uno strano modo di pensare all’umano che ci abita e con cui ogni giorno dobbiamo relazionarci, cadiamo in una sorta di suicidio. Nella prima lettura troviamo che Davide disarmato: <fece un salto e fu sopra il Filisteo, prese la sua spada, la sguainò e lo uccise, poi con quella gli tagliò la testa> (1Sam 17, 51). La stessa cosa farà Giuditta con Oloferne accasciato sul suo letto regale. Sì, per quanto male possa fare il male, alla fine non può che suicidarsi perché sempre impreparato a sostenere il mite assalto di ciò che vuole il bene e, per questo, fa’ del bene: <Tendi la mano!> (Mc 3, 5).

Serve a servire

II Settimana T.O. –

La Legge non ha altro senso se non per servire l’uomo affinché serva Dio. Il servizio precede dunque la legge ed è l’anima di ogni minimo aspetto della Legge e la chiave di interpretazione di ogni sua incarnazione nella realtà e nel rispetto delle situazioni concrete. Tutto ciò si gioca a livello del <cuore> (1Sam 16, 9) che è il luogo in cui Dio discerne e pone le basi della storia della salvezza ben prima e ben più della mente. Per spiegare ai farisei quanto sia corto e chiuso il loro modo di comprendere la Legge di Dio, il Signore Gesù fa riferimento alla figura di Davide il quale <entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, che non è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni!> (Mc 2, 26).

L’autorevole citazione del Signore Gesù ci permette di comprendere meglio il motivo per cui il Signore Dio chiede a Samuele di non piangere su Saul, ma di mettersi in cammino per ungere il piccolo pastorello di Betlemme come re d’Israele: <Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re> (1Sam 16, 1). Oltre alla bellezza e al coraggio, in Davide troviamo una virtù rara che è quella di sapersi adeguare alle situazioni senza essere troppo rigido nei principi a differenza di Saul che, per una sua incapacità ad essere duttile, perde l’equilibrio fino a diventare pazzo. Al contrario Davide si fingerà pazzo (1Sam 21, 14) ma non lo sarà e, nonostante tutti i suoi momenti difficili e persino di peccato, si mostrerà capace di conservare fino alla fine un equilibrio che è il frutto della consapevolezza della grandezza di Dio e del suo disegno e della propria piccolezza che, in taluni casi, arriverà ad essere meschina.

In un certo senso i farisei sono come divorati da una tale ossessione dell’osservanza scrupolosa della Legge da essere come malati. Partecipare al riposo di Dio è la vocazione dell’uomo e non quella di subire il riposo di Dio e il Signore Gesù se ne fa garante: <Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!> (Mc 2, 27). Il cuore è il luogo a cui Dio non può rinunciare perché è il luogo della verità, e la verità non è immobile come pensano – forse desiderano i farisei – è invece un luogo di crescita e di continuo adattamento che non è automaticamente una forma di lassismo, bensì di fedeltà creativa che ci rende simile al nostro Creatore la cui opera è, appunto, sigillata, dalla creazione del Sabato quale segno dell’intenzione che sta alla base di ogni gesto di Dio. Il Signore Gesù non disprezza la devozione e gli usi religiosi – lo Shabbat è tra i più santi, tanto da essere osservato dallo stesso Crocifisso nel mistero della sua sepoltura – ma è suo desiderio aiutarci a non dimenticare il senso più originale e profondo: all’uomo, oltre che la vita, è stata data la possibilità di partecipare al riposo contemplativo e gioioso di Dio. Il Maestro non accetta di essere il controllore dei suoi discepoli, ma si rivela come il facilitatore della loro e della nostra gioia perché di tutto possiamo servirci liberamente per servire.

Non si può!

II Settimana T.O. –

La parola del Signore Gesù richiama una realtà così scontata della vita e delle relazioni umane: <non possono digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro> (Mc 2, 19). Questa parola assume il suo significato più profondo perché rappresenta la risposta del Signore Gesù all’imbarazzo e all’acredine dei farisei che, come si dice in apertura del testo, <stavano facendo un digiuno> (2, 18). Per comprendere meglio la provocazione del Maestro che pure ha praticato generosamente il digiuno, è forse utile immaginare che avvenga il contrario: cosa potrebbe indicare il fatto che degli invitati a nozze per motivi del tutto rispettabili invece di banchettare continuassero a digiunare e a rattristarsi? Ciò rivelerebbe che nella concorrenza tra un sentimento o un bisogno personale – del tutto rispettabili – e la necessità di onorare la gioia delle nozze si sceglierebbe di dare più peso a se stessi manifestando così di non essere in grado di dare la precedenza all’altro.

È su questo che il Signore, parlando ai farisei, si rivolge a ciascuno di noi rivestendo la figura dello sposo obbligandoci così a discernere se sappiamo dargli nella nostra vita il posto d’onore oppure teniamo di più a noi stessi, ai nostri ritmi interiori ed esteriori. Jan Ruysbroeck così commenta: <In questo modo Cristo, nostro sposo fedele, si unì alla nostra natura, venne a visitarci in una terra straniera e ci insegnò i costumi celesti e una perfetta fedeltà. Come un campione, ha faticato e ha combattuto contro i nostri nemici, ha distrutto il carcere ed è uscito vincitore dalla lotta. Con la sua morte, ha messo a morte la nostra morte, ci ha riscattato con il suo sangue, ci ha liberati, nel battesimo, con l’acqua del suo costato (Gv 19,34), e con i suoi sacramenti e i suoi doni ci ha resi ricchi, affinché uscissimo, agghindati con ogni sorta di virtù, e lo incontrassimo nel palazzo della sua gloria, per godere di lui senza fine, per l’eternità>1.

Davanti a Cristo che si pone di fronte a noi quale sposo che ci vuole introdurre in una dimensione nuova e gioiosa di vita, ricade su di noi la scelta di acconsentire o di rimanere invece prigionieri nella casa delle nostre abitudini. Il rifiuto di Saul da parte del Signore per bocca dello stesso profeta Samuele che lo aveva unto re d’Israele, rammenta al nostro piccolo grande fariseo interiore come ciò che è caro al cuore di Dio non sono <i sacrifici quanto l’obbedienza alla voce del Signore> (1Sm 15, 22). L’obbedienza – non come la intende Saul che protesta e si difende (15, 20) – ma quale relazione vera, profonda, sponsale, passionale e appassionata tanto da essere sempre rivolta al futuro e non impietrita nel passato. Siamo noi i figli della sala delle nozze che, secondo l’espressione semitica, indica gli amici dello sposo che si fanno animatori principali della festa nuziale. Siamo noi a essere chiamati dal Signore-Sposo ad animare per l’umanità-Sposa la festa nuziale in cui Cristo incontra ogni uomo e ogni donna e, prendendolo in braccio, fa varcare la soglia della porta del regno che viene.


1. Jan Ruysbroeck, Le nozze spirituali, prologo

Insieme

II Domenica T.O. 

L’apostolo Paolo saluta i fratelli e le sorelle della comunità di Corinto con queste splendide parole: <a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore> (1Cor 1, 3). Il profeta Isaia mette sulla bocca e nel cuore del Messia atteso una parola di consapevolezza capace di riorientare interamente tutta l’attesa e tutta la speranza: <Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria> (Is 49, 3). Giovanni Battista oggi sembra completare – attraverso la sensibilità del quarto evangelista – la testimonianza resa domenica scorsa nella festa del Battesimo: <E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio> (Gv 1, 34). A questo ikebana, di per sé già completo, possiamo aggiungere un quarto elemento tratto dal salmo responsoriale: <non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo” (Sal 39, 7-8)>. 

Ancora una volta siamo condotti dalla sapiente mano della Liturgia ad entrare nel mistero di Cristo e a farlo oggi è proprio lo sguardo di Giovanni il quale <vedendo Gesù venire verso di lui> (Gv 1, 29) coglie ciò che sfugge a tutti gli altri sotto i cui occhi avviene la stessa cosa, ma che pure non sono in grado di percepirla alla stessa profondità. Il riferimento a <Gesù> della prima riga del vangelo di oggi è come se lievitasse sotto lo sguardo del cuore del Battista, fino a diventare una proclamazione e una professione di fede che i sinottici pongono invece, all’inizio del percorso di fede da loro proposto, sulla bocca dell’indemoniato guarito nella sinagoga: <questi è il Figlio di Dio> (Gv 1, 34). Ciò che fa temere il Nemico fino a farlo sentire rovinato, e – invece – fa trasalire il cuore del Precursore, è il modo con cui il Signore Gesù comincia a percorrere le strade della nostra umana avventura, rendendolo così simile, nella sua andatura e nel suo inconfondibile tratto, alla figura di due animali come <l’agnello> (1, 29) e la <colomba> (1, 32).

Riconoscere proprio in questo Gesù che si presenta e si offre al nostro sguardo e alla nostra accoglienza con questi inconfondibili tratti, significa percorrere a nostra volta lo stesso cammino e vivere, nella stessa modalità, la relazione con i nostri compagni di strada, una relazione che ci permetterà di procedere nel cammino e  poterlo così percorrere <insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro> (1Cor 1, 2). I mitissimi tratti del Verbo fatto carne, inaugurano un modo assolutamente nuovo di annunciare e rendere presente il Regno di Dio al cuore della storia, un regno segnato da una mitezza che diventa la forma e il criterio di ogni annuncio del Vangelo che non tradisca la modalità stessa del Vangelo. Entrambi, i versetti che riferiscono dell’incontro tra Giovanni e Gesù, sono introdotti dalla notazione temporale: <il giorno dopo>. Come spiega Aristide Fumagalli: <Debordando dalla segnalazione esegetica, che riconosce in questi accenni una precisa sequenza cronologica voluta dall’evangelista, possiamo liberamente interpretare dicendo che Dio incontra l’uomo “il giorno dopo” di quello previsto dall’uomo, quando cioè costui ha smesso di far dipendere l’incontro con Dio dalle sue capacità>1.


1. A. FUMAGALLI, Come lui ha amato. L’eros di Gesù, San Paolo 2010, p. 16.

Ensemble

II Dimanche T.O. 

L’apôtre Paul salue les frères et sœurs de la communauté de Corinthe par ces splendides paroles : «  à  ceux qui ont été sanctifiés par le Christ Jésus, appelés à devenir saints, ensemble à tous ceux qui, de tous lieux invoquent le nom du Seigneur » ( 1 Co 1, 3 ). Le prophète Isaïe met sur les lèvres et dans le coeur du Messie attendu une parole de reconnaissance capable de re-orienter entièrement toute l’attente et toute l’espérance : «  Israël, tu es mon serviteur, en qui je manifesterai ma gloire » ( Is 49, 3). Jean Baptiste semble compléter, aujourd’hui – par la sensibilité du quatrième évangéliste – le témoignage rendu dimanche dernier à la fête du Baptême : «  J’ai vu et témoigné qu’Il est le Fils de Dieu » ( Jn 2, 34). A cet ikebana, en soi déjà complet, nous pouvons y ajouter un quatrième élément tiré du psaume responsorial : «  Tu ne veux ni holocauste, ni sacrifice pour nos péchés ; alors, j’ai  dit : « Voici, je viens » ( Ps 39, 7-8).

Nous sommes, encore une fois, conduit par la main de la sagesse de la Liturgie pour entrer dans le mystère du Christ et à le faire aujourd’hui sous le regard de Jean qui « voyant Jésus venir vers lui » (Jn1, 29) découvre ce qui échappe aux yeux de tous les autres qui pourtant voient la même chose, mais qui n’ont pas la capacité de percevoir à la même profondeur. La référence à «  Jésus » de la première ligne de l’évangile de ce jour est comme une augmentation du regard du coeur du Baptiste, jusqu’à devenir une proclamation et une profession de foi que les synoptiques mettent, pourtant, au début du parcours de foi de leurs propos, dans la bouche de possédé guéri à la synagogue « : Voici le Fils de Dieu » ( Jn 1, 43 ). Ce qui fait trembler l’Ennemi jusqu’à l’anéantir, et -au contraire- fait tressaillir le coeur du Précurseur, est la façon dont le Seigneur Jésus commence à parcourir les routes de notre aventure humaine, le rendant semblable, dans son allure et sa ressemblance unique à l’image de deux animaux comme «  l’agneau » ( 1, 29) et la «  colombe » (1, 32).

Reconnaître ainsi Jésus qui se présente et s’offre à notre regard et à notre accueil par ces traits que l’on ne peut confondre, signifie parcourir à notre tour le même chemin et vivre de la même manière la relation avec nos compagnons de route, une relation qui nous permettra de continuer à avancer et de pouvoir parcourir ainsi «  ensemble à tous ceux qui, en tous lieux, invoquent le nom du Seigneur Jésus Christ, notre Seigneur et le leur » ( 1Co 1, 2). La délicate douceur des traits du Verbe fait chair, annonce une façon absolument nouvelle d’annoncer et de rendre présent le Règne de Dieu au coeur de l’Histoire, un règne marqué par une douceur qui devient la façon et le critère de toute annonce de l’évangile qui ne le trahit pas l’évangile. Tous les deux versets qui réfèrent à la rencontre de Jean et de Jésus, sont introduits par la note temporelle : «  le jour après ». Comme l’explique Aristide Fumagalli : «  En débordant de la notification exégétique qui reconnaît en ces conseils une séquence chronologique précise, voulue par l’évangéliste, nous pouvons donner libre cours à une interprétation disant que Dieu rencontre l’homme «  le jour après » de celui prévu par l’homme, lorsque celui-ci a arrêté de faire dépendre la rencontre avec Dieu de sa bonne volonté ».1

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1. A. FUMAGALLI, Comme Il a aimé. L’éros de Jésus, San Paolo 2010, p, 16.

Chiamare

I Settimana T.O. –

Pietro Crisologo ci aiuta a cogliere il nesso tra ciò che abbiamo letto ieri nella salvezza che si fa guarigione del paralitico e ciò che oggi leggiamo del cammino di conversione di Levi: <Fratelli, seduto al suo banco delle imposte, questo povero pubblicano era in una situazione peggiore di quella del paralitico di cui vi ho parlato l’altro giorno, che giaceva sul suo lettuccio (Mc 2,1s). Uno era affetto da una paralisi nel suo corpo; l’altro nella sua anima>1. Seguendo questa chiave di lettura possiamo arguire che il Signore Gesù si trova di fronte ad una situazione ben più disperata in cui, alla paralisi dell’uomo steso sulla sua barella sembra aggiungersi, per aggravarla ulteriormente, la malevolenza del cuore degli scribi e dei farisei. Lungi dal lasciarsi bloccare o intimidire il Signore si mostra non solo medico che risponde all’appello, ma mi rivela medico che accorre laddove più grande è la necessità e senza essere invocato, né direttamente né indirettamente entra nella vita di Levi per liberarla dalla paralisi che sembra tenerlo inchiodato al banco delle imposte: <vide e gli disse: “Seguimi”> (Mt 2, 14).

Il Signore Gesù non si accontenta di entrare così profondamente ed efficacemente nella vita di Levi così da mutarne radicalmente il corso, ma davanti ad una nuova, eppure identica reazione degli scribi e dei farisei rivela se stesso come <medico> venuto a curare giustamente non <i sani, ma i malati> e a chiamare non <i giusti, ma i peccatori> (2 17). La chiamata di Levi diventa l’occasione di una nuova controversia cui corrisponde un incremento di rivelazione del suo mistero di consolazione e di misericordia che si fa ministero di guarigione. Nella casa di Levi, come nella casa di Samuele in cui il profeta <versò sulla testa di Saul> in modo inatteso <l’ampolla dell’olio> (1Sam 9, 26) della consacrazione regale, si conferma la volontà di Dio di passare attraverso degli uomini concreti e non scevri da debolezze molto spesso legate all’eccellenza per accompagnare e animare la storia dell’umanità verso la salvezza. 

Saul era <prestante e bello> e <superava dalla spalla in su chiunque altro del popolo> (9, 2), Levi è ricco di beni e di amici, e il Signore si accompagna fino a chiamare ciascuno per fare dono della sua misericordia e per offrire a ciascuno la possibilità di dare il meglio di sé tanto da collaborare al suo disegno di salvezza da cui nessuno è escluso. Sullo stesso uomo, come sulla stessa situazione si incrociano due sguardi: quello di Gesù che libera e incrementa un dinamismo di vita e una imprevista generosità, e quello degli scribi e dei farisei che non sperano più nulla. Tutti conosciamo il triste epilogo della storia di Saul; eppure, ciò non toglie che Dio riponga in lui la sua fiducia per tutto il tempo che sarà possibile non disdegnando di passare attraverso di lui far progredire la storia del suo popolo. Ogni giorno siamo chiamati a purificare il nostro modo di guardare perché il nostro sia, come quello di Gesù, uno sguardo che liberi e che non incateni ulteriormente.


1. PIETRO CRISOLOGO, Discorsi, 30.

Docile

I Settimana T.O. –

Il profeta Samuele si fa interprete di quello che può ben essere compreso come un grande dolore per il cuore di Dio che ha guidato ed accompagnato il suo popolo nel lungo e impegnativo cammino di liberazione e a cui viene chiesto un re: <Agli occhi di Samuele la proposta dispiacque> (1Sam 8, 6). Sembra che invece il Signore non è dispiaciuto, ma si fa attento al desiderio espresso del popolo con la sola avvertenza di rispondere in modo adeguato e mettendo ciascuno di fronte alle conseguenze del proprio desiderio. Invece di amareggiarsi e magari di lamentarsi assecondando un atteggiamento vittimistico, attraverso il suo profeta chiarisce al popolo quali saranno le richieste di quel re così tanto desiderato per sentirsi come <tutti i popoli> (8, 5). La conclusione è assai semplice e pura da parte del Signore: <Ascoltali: lascia regnare un re su di loro> (8, 22).

Così pure nel Vangelo, possiamo contemplare il Signore Gesù che si lascia toccare dal gesto di questi uomini che calano dal tetto un loro amico malato, e nel contempo si lascia interpellare dal disagio malevolo e minaccioso degli scribi tanto da rimettere in piedi il paralitico dopo avergli perdonato <i peccati> (Mc 2, 5). L’evangelista Marco colloca a Cafarnao una serie di discussioni di Gesù con gli scribi e i farisei, ed è proprio la loro reazione intrisa di malevolo sospetto a rendere necessario che la parola di salvezza interiore si faccia gesto di guarigione esteriore. Questo paralitico così docile da farsi portare dai suoi amici fino davanti al Signore Gesù, è, infatti, solo un paralitico, ma non è un isolato! Per questo il Signore non può che dichiarare la sua condizione difficile, una situazione già salvata. Il paralitico non dice una sola parola, ma si mostra assolutamente docile, prima nelle mani dei suoi portatori che lo trasportano come si fa con un morto e così gli permettono di muoversi però come un vivo, ed è ancora più docile e ugualmente silenzioso davanti al comando: <prendi la tua barella e va’ a casa tua> (2, 11).

La condiscendenza con cui il Signore Dio cede alla richiesta del popolo che chiede un re, non senza avere chiarito in modo puntuale le conseguenze e gli effetti collaterali, di una simile scelta, si contrappone a quell’atteggiamento farisaico che rischia sempre di trasformare la possibile benevolenza in pregiudizievole insistenza. Dobbiamo imparare ogni giorno a giocarci nella fiducia persino quando intravediamo delle tristi conseguenze. Come quei quattro uomini che si coinvolgono profondamente e fattivamente nella storia di dolore di uno di loro e a differenza degli scribi, siamo chiamati a non smettere mai di sperare nel meglio e fare di tutto perché, nonostante tutto, esso si realizzi magari attraverso percorsi più lunghi e talora più dolorosi. Essere docili come il Signore, significa andare ben oltre i sentimenti di piacere o di dispiacere, di gradimento o di imbarazzo per intraprendere e accompagnare cammini reali di crescita che esigono anche delle tremende deviazioni che non necessariamente equivalgono a perdere completamente la rotta.

Idolatria

I Settimana T.O. –

Sembra che il Signore Gesù sia imbarazzato dalla potenza di guarigione che risiede in lui e che da lui si dona come acqua pura e abbondante che sgorga da una fonte inesauribile. Mentre lo stupore conquista lo spazio attorno <tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori in luoghi deserti> (Mc 1, 45), questi continuamente si ritira nell’umiltà, nel silenzio, nella coscienza della vulnerabilità e della creaturalità che è la memoria perenne scritta nel deserto come luogo di memoria e di rivelazione. Il Signore ricomincia e vuole ricominciare sempre dal nulla e forse proprio per questo e nonostante la sua riluttanza <venivano a lui da ogni parte> (1, 45). Non così il popolo che leva in alto – troppo in alto – la sua voce presumendo di Dio e per questo viene umiliato e resta sconfitto. Infatti, se l’eco <dell’urlo così forte> (1Sam 4, 6) atterrisce i Filistei, al contempo, li mette in grado di fare appello a tutte le loro forze pur di non essere resi <schiavi degli Ebrei> (4, 9). La conclusione è imprevista e assai dura: <Quindi i Filistei attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto e ciascuno fuggì alla sua tenda> e l’annotazione grave: <La strage fu molto grande> (4, 10).

Nel Vangelo, il Signore si mostra di natura diversa e in certo modo assai riluttante davanti ad ogni manifestazione di potenza. I manoscritti antichi non sono concordi sulla lettura di ciò che nelle nostre traduzioni rendiamo con <ne ebbe compassione> (Mc 1, 41) che talora è reso con un secco <si indignò> che si potrebbe rendere ancora meglio con un <si arrabbiò>. Molto probabilmente il fatto che questo lebbroso <lo supplicava in ginocchio> (1, 40) invece di gratificare, mette in serio imbarazzo il Signore Gesù a motivo dell’ambiguità che questo modo di relazionarsi a lui può scatenare. Nella logica di Israele si venera e si adora solo Dio, e questo gesto estremo di supplica, assai comprensibile per la disperazione di quest’uomo rischia di assomigliare all’<urlo così forte> che si leva da Israele che si prepara alla battaglia e che ha troppe parentele con le sottili forme dell’idolatria. 

Tutto questo per il Signore Gesù non è accettabile e soprattutto mette in pericolo il suo modo di farsi manifestazione di una potenza di compassione spoglia di ogni avvenenza e di ogni straordinarietà e in tutto simile a quanto Isaia aveva profetato nella figura del servo umile e sofferente del Signore che si carica umilmente delle nostre sofferenze, prima di scacciarle potentemente. Le parole di Giovanni della Croce possono esprimere bene ciò che sta a cuore al Signore: <O soffio leggero, che sei così fine e delicato, dimmi: come puoi toccare così sottilmente e delicatamente, o Verbo, Figlio di Dio, pur essendo così terribile e potente? O felice, mille volte felice, Signor mio, l’anima che tocchi così delicatamente e dolcemente…>1. Per il Signore Gesù non basta avere pietà, non basta aprirsi alla compassione, ma è necessario farlo in modo che questo nutra la fede e faccia morire di fame ogni tentazione di idolatria.


1. GIOVANNI DELLA CROCE, Fiamma d’amore viva, strofa 2.

L’Ora Solare – Tv 2000: La vocazione contemplativa di Fra Michael Davide Semeraro nella tradizione benedettina

L’Abbazia di Novalesa e l’intervento di fr. MichaelDavide a 16:21 della puntata intera: https://www.tv2000.it/orasolare/2026/01/13/moreno-e-giulia-fernandez-fra-michael-elio-sironi/