Accogliere… attraverso gli occhi

Ottava di Natale

Le parole dell’apostolo Giovanni ci accompagnano in questo nostro cammino natalizio e, giorno dopo giorno, rischiarano la nostra comprensione del mistero. Perché questo avvenga è necessario che siano purificati i nostri occhi con il collirio di una più profonda accoglienza delle esigenze e delle conseguenze dell’incarnazione. La <spada> (Lc 2, 35) profetizzata da Simeone alla madre del Signore non è altro che la quotidiana accettazione del cambiamento radicale che la venuta nella carne e nella storia del Verbo di Dio ha creato in modo assolutamente incontrovertibile: <Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre> (1Gv 2, 9). L’apostolo insiste sulla novità assoluta che rappresenta la rivelazione di Dio in Cristo Gesù ed è lui stesso ad insistere che questa novità non è assolutamente una moda passeggera, ma è il frutto di un lungo cammino senza il quale nessun riconoscimento e nessuna accoglienza sarebbero possibili: <non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto da principio> (2, 7).

Di questa continuità capace di assoluta novità il vecchio Simeone si fa oggi icona meravigliosa: un uomo autenticamente “antico” e così poco “vecchio”. Egli ha conservato l’agilità e la semplicità di un bambino senza essere rimasto un infante perché ha maturato – attraverso il tempo realmente vissuto – una sapienza, profondamente radicata nella terra del passato, si protende verso il cielo di ciò che avviene dentro e attorno a lui. Simeone è spiritualmente un parente stretto di Maria e di Elisabetta per la sua docilità allo <Spirito Santo> (Lc 2, 25. 27), ma è anche così simile a Giuseppe essendo come lui <uomo giusto e pio> (2, 25). Eppure, è così diverso da Zaccaria che, proprio nel Tempio verso cui si affrettano i passi e il cuore di Simeone, non fu capace di accogliere la parola di Gabriele tanto che gli fu necessario un lungo tempo di gestazione interiore per aprirsi ad una fede non passata, ma futura.

Mentre i giorni del Natale si susseguono e ci richiedono di lasciarci veramente cambiare e convertire dal mistero che contempliamo, da Simeone siamo chiamati ad imparare ad avere occhi per la vita e soprattutto di non trasformare la devozione spirituale – o sedicente tale – in cecità umana. Le dure parole di Giovanni: <Ma chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi> (1Gv 2, 11) sembrano essere profondamente redente nella vita di Simeone. Quest’uomo i cui <occhi hanno visto la tua salvezza> (Lc 2, 30) fino a farsi testimone di una <luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele> (2, 32) è per noi un maestro e una guida. Mentre ci lasciamo vincere dallo sguardo che poniamo sul bambino che ci rivela il volto del Padre, non possiamo non ricordare quanto abbiamo bisogno che i nostri occhi siano purificati da una luce che possiamo accogliere e mai possiamo generare da noi stessi.

Accogliere… la vita

Santa Famiglia 

Bisogna riconoscere che meditare il mistero della Santa Famiglia non solo non è facile, ma può rivelarsi persino ambiguo. Il rischio è quello di proiettare sulla famiglia di Nazaret i nostri stereotipi, oppure farne una sorta di salva-icona per neutralizzare e sublimare quelle che sono le nostre ferite che generano, persino a nostra insaputa – ma non senza la nostra complicità – una lunga genealogia di paure da cui cerchiamo di metterci al riparo. La celebrazione liturgica è un invito a non proiettare sulla famiglia di Nazaret i nostri desideri, ma bensì a suscitare il desiderio di farci ispirare in quella che è la nostra realtà di relazione, sapendo che, l’unica cosa che veramente accomuna le nostre esperienze a quella della famiglia in cui il Verbo fatto carne è cresciuto, non è l’unicità e l’irrepetibilità – per eccellenza – di privilegi, ma il dramma della vita di ognuno, un dramma che non si ripete mai.

Possiamo porci alcune domande guardando a Gesù, Giuseppe e Maria è questa: su che cosa si fonda la loro famiglia? Rileggendo i testi drammatici con cui l’evangelista Matteo ci parla dell’infanzia di Gesù – la pericope odierna è ritagliata attorno all’episodio terribile e commovente della strage degli innocenti – possiamo osare di dire che la famiglia di Gesù si fonda sulla vita? In che senso e fino a che punto? Infatti, sin dal primo inizio, la <nascita di Gesù Cristo> (Mt 1, 1) si presenta come un evento che richiede una capacità e una volontà serena e forte, necessaria per non accondiscendere più alle semplici prescrizioni della Legge, ma alle prescrizioni talora più gravose della vita. In poche manciate di versetti, vediamo che Giuseppe è chiamato – se pur sostenuto – a fare scelte difficili la cui gravità paterna è ben indicata dall’assoluta mancanza di parole. Quell’<opera buona verso il padre> (Sir 3, 14), di cui ci parla la prima lettura e di cui non abbiamo testimonianza diretta ed esplicita nei Vangeli da parte di Gesù verso Giuseppe, è invece attestata ampiamente da parte del padre verso <il bambino e sua madre> (Mt 1, 14).

La famiglia fondata sulla vita, che è quella in cui il Signore Gesù impara ad affrontare la vita, non è esente dalla fatica e dal rischio,pur potendo contare, come diceva il Cardinal Newman, su <tanta luce quanto basta al primo passo>. Nell’iconografia tradizionale non è pensabile una fuga in Egitto che non abbia anche un asino. Nel testo di Matteo non se ne parla, ma forse è una reminiscenza di ciò che accadde in uno dei momenti più difficili della vita di Abramo quando, partendo per sacrificare il suo amato Isacco: <sellò l’asino> (Gn 22, 3). Oltre e ben più della figura di Abramo, nel cuore di Matteo è sempre presente la figura di Mosè, cui fa riferimento esplicito l’evangelista Giovanni (1, 17). Mosè è la grande guida della Pasqua del popolo di Dio che si lascia dietro le spalle la schiavitù dell’Egitto proprio laddove Giuseppe – quasi accogliendo una pasqua al contrario – deve condurre Gesù per farlo scampare alla morte. Una famiglia fondata sulla vita non può che essere aperta alle continue e inattese pasque nella vita e questo vale per ciascuno di noi. Contemplare il Verbo fatto carne ci fa sentire meno soli: la sua piccolezza, la sua fragilità, la sua povertà, le sue lacrime, i suoi timori e le sue speranze, sono per noi la famiglia, così che ogni esperienza d’amore, anche la più difficile o la più incomprensibile, è una pagina di Vangelo. 

Accueillir… la vie

La Sainte Famille 

Il faut reconnaître que méditer sur le mystère de la Sainte Famille, non seulement n’est pas facile, mais peut même se révéler ambigu. Le risque est de projeter sur la famille de Nazareth nos stéréotypes, ou d’en faire une sorte d’icône-salvatrice pour neutraliser et sublimer nos blessures qui génèrent, peut-être à notre insu – mais non sans notre complicité – une longue généalogie de peurs dont nous cherchons à nous mettre à l’abri. La célébration liturgique est une invitation à ne pas projeter sur la famille de Nazareth nos désirs, mais plutôt à susciter le désir de nous laisser inspirer par ce qui est notre réalité relationnelle, sachant que, l’unique chose qui rassemble nos expériences à celles de la famille où le Verbe fait chair a grandi, n’est pas l’extraordinaire et l’originalité –  par excellence – des privilèges, mais le drame de la vie de chacun, un drame qui ne se répète jamais.

Nous pouvons nous poser quelques questions concernant Jésus, Joseph et Marie : quel est le fondement de leur famille ? En relisant les textes dramatiques dont l’évangéliste Matthieu nous parle de l’enfance de Jésus – l’extrait de ce jour se situe autour de l’épisode terrible et émouvant du massacre des innocents – pouvons-nous oser dire que la famille de Jésus se fonde sur la vie ? En quel sens et jusqu’à quel point ? En fait, depuis le début, la «  naissance de Jésus-Christ » (Mt, 1,1) se présente comme un événement qui demande une capacité et une volonté sereine et forte, nécessaire pour ne pas se conformer aux plus simples prescriptions de la Loi, mais aux prescriptions plus exigeantes de la vie. En quelques bribes de versets, nous voyons que Joseph est appelé – même encouragé – à faire des choix difficiles dont la gravité paternelle est bien indiquée par l’absolu manque de parole. Cette «  bonne œuvre envers le père » (Sir 3,14) dont parle la première lecture et dont nous n’avons aucun témoignage direct et explicite dans les évangiles de la part de Jésus envers Joseph, est pourtant attestée amplement de la part du père envers «  l’enfant et sa mère » (Mt 1,14).

La famille fondée sur la vie, qui est celle où le Seigneur Jésus apprend à affronter la vie, n’est pas exempte de difficultés et de risques, même si elle peut compter, comme le disait le Cardinal Newmann, sur « autant de lumière  que nécessaire pour affronter le premier pas ». Dans l’iconographie traditionnelle, l’on ne peut concevoir une fuite en Egypte sans la présence d’un âne. Dans le texte de Matthieu, l’on n’en parle pas, mais il y a sûrement une réminiscence  dans ce qui arrive dans un des moments les plus difficiles de la vie d’Abraham lorsque, partant pour sacrifier son bien-aimé Isaac : «  il scella l’âne » (Gn 22,3). Au-delà et bien plus que l’image d’Abraham, dans le coeur de Mathieu, la figure de Moïse est toujours présente, et l’évangéliste Jean (1,17) y fait une référence explicite. Moïse est le plus grand guide la la Pâque du peuple de Dieu qui laisse derrière lui l’esclavage de l’Egypte à l’endroit où Joseph – accueillant pratiquement une pâque contraire – doit conduire Jésus pour lui permettre d’échapper à la mort. Une famille fondée sur la vie, ne peut qu’être ouverte aux continuelles et inattendues  pâques de la vie et cela est valable pour chacun de nous. Contempler le Verbe fait chair nous rend moins seuls : sa petitesse, sa fragilité, sa pauvreté, ses larmes, ses peurs et ses espérances, sont pour nous la famille, afin que chaque expérience d’amour, même la plus difficile et la plus incompréhensible, soit une page de l’évangile.

Accogliere… tra bende

San Giovanni evangelista

La corsa notturna dei pastori che si recano a vedere il bambino posto nella mangiatoia secondo la parola rivolta loro dagli angeli, diventa oggi la corsa di Maria di Magdala, quella di Simon Pietro e, soprattutto, quella del discepolo amato. Egli è indicato significativamente come <l’altro> che <corse più veloce e giunse per primo al sepolcro>. L’evangelista, identificato dalla tradizione proprio con questo misterioso discepolo, annota in modo misterioso: <ma non entrò> (Gv 20, 4-5). Come Maria di Magdala che rimane all’esterno del sepolcro e là sarà raggiunta dal Risorto fino a poterne fare un’esperienza completamente nuova ed inedita, così l’altro discepolo che la tradizione ci fa festeggiare qualche giorno dopo il Natale, appena sente l’annuncio di Maria corre a perdifiato. Corre più veloce eppure si arresta davanti alla tomba in una pausa, non solo per attendere di Simon Pietro, ma soprattutto per entrare nel mistero di quello che sta avvenendo. Il discepolo si ferma quasi per annusare nell’aria, con la sua squisita e particolarissima sensibilità, i profumi della risurrezione e poterne riconoscere in modo chiaro e diretto – unico! – i segni: <e vide e credette> (20, 8). 

Rileggere l’inizio della prima lettera di Giovanni nel contesto della sua festa che si colloca nei giorni del Natale ma con il linguaggio proprio della Pasqua è un’occasione unica per cogliere la totalità e l’interezza del mistero. Nella profondità del mistero noi stessi siamo chiamati ad entrare in prima persona per farne esperienza e diventarne testimoni, più che oculari, attendibili: <quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e quello che le nostre mani toccarono del Verbo della vita> (1Gcv 1, 1). Ciò che avvenne davanti alla mangiatoia per i pastori e i magi, avviene davanti al sepolcro ormai vuoto di morte e pieno di vivida luce. L’incarnazione del Verbo che si fece <bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia> (Lc 2, 12) a Betlemme diventa la carne del Risorto il cui profumo emana dalle bende che ne avevano avvolto il corpo straziato come fasce che ne proteggevano l’invincibile vita, ma che non hanno potuto in alcun modo trattenerlo.

Scoto Eriugena, monaco irlandese, così commenta: <La tomba di Cristo è la sacra Scrittura, nella quale i misteri della sua divinità e della sua umanità sono difesi, se posso dire, con una muraglia di roccia. Ma Giovanni corre più veloce di Pietro, poiché la potenza della contemplazione totalmente purificata penetra nei segreti delle opere divine con uno sguardo più acuto e più vivo>1. Molti secoli dopo e in un contesto storico drammatico, Edith Stein meditando sui misteri del Natale attraverso il filo della Liturgia annotava: <La presenza di Giovanni al presepio del Signore ci dice: vedete ciò che è stato preparato per coloro che si offrono a Dio con un cuore puro. Tutta la pienezza inesauribile della vita sia umana che divina di Gesù è magnificamente concessa loro in cambio>2. Ma il presepio e la tomba ci ricordano come questo dono di partecipazione alla vita divina sia avvolto nelle fasce di una semplicità e di un’inermità che richiede l’amore purissimo del discepolo amato <più veloce> nel cogliere i segni della rivelazione di Dio nella carne profumata e straziata del Verbo annichilito e impoverito per amore. Correre è ciò che fa una donna quando si accorge che è giunto il tempo di partorire…!


1. GIOVANNI SCOTO ERIUGENA, Discorso sul prologo di san Giovanni, 2.

2. TERESA BENEDETTA DELLA CROCE, Meditazione per il 6 gennaio 1941

Accogliere… tra le braccia

Santo Stefano

L’abate cistercense Elredo di Rielvaux contemplando il protomartire Stefano lo vede addormentarsi nelle braccia del suo Signore proprio come un ritornato bambino che, nel martirio, ritrova non solo la sua giovinezza ma il suo essere un piccolo del Regno. Di fatto siamo sempre un po’ destabilizzati dalla celebrazione di un martirio all’indomani della solennità così gioiosa della Natività del Signore. Eppure, la memoria di Stefano è ciò che ci aiuta a vivere il Natale come cristiani e non come pagani. Infatti, il gesto con cui Stefano porta a compimento la sua testimonianza è intimamente segnato da una fiducia e un abbandono senza i quali nessuna nascita e nessuna morte in Cristo sarebbero possibili. È lo stesso Luca, che ci offre i racconti più commoventi della nascita del Verbo nella nostra carne, ad offrirci il racconto della prima esperienza di martirio non solo per Cristo, ma secondo il Vangelo. Gli elementi per discernere e distinguere sono proprio la capacità di perdonare: <Signore, non imputare loro questo peccato> (At 6, 60) che sembra essere il frutto di una disponibilità a lasciarsi andare come un bambino nelle braccia di sua madre: <Signore Gesù, accogli il mio spirito> (6, 59). 

Teresa Benedetta della Croce – Edith Stein – così commenta: <Vicinissimo al neonato Salvatore, vediamo santo Stefano. Che cosa ha valso questo posto d’onore a colui che per primo a reso al Crocifisso la testimonianza del sangue? Egli ha realizzato nel suo ardore giovanile ciò che il Signore ha dichiarato entrando nel mondo: “Mi hai dato un corpo. Eccomi, io vengo per fare la tua volontà” (Eb 10,5-7). Ha praticato l’obbedienza perfetta, che affonda le radici nell’amore e si manifesta all’esterno nell’amore. Egli ha camminato sulle orme del Signore in quello che per il cuore umano, secondo la natura, è forse la cosa più difficile, e che sembra addirittura impossibile>1.

Le parole di Teresa Benedetta della Croce confermano l’importanza di questa festa che tinge di rosso porpora i colori delle bianche lane natalizie. Il rischio è sempre quello di accomodarsi e non di lasciarsi scomodare dal mistero dell’incarnazione. Il Natale stesso come festa apparentemente così accomunante, in realtà è una spada che discerne profondamente ciò che è semplice consuetudine e ciò che invece è esperienza e adesione di fede. Le parole di Gesù sono lapidarie: <Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno> (Mt 10, 21). Queste parole vanno meditate davanti al presepio per non rimanere insensibili dinanzi alla meravigliosa profondità del mistero dell’incarnazione che non è una semplice passeggiata, ma un dono così grande che ci rivela fino a che punto siamo amati da Dio e fino a che punto dovremmo amare per Dio tutti i nostri fratelli… perfino e forse prima di tutto i nostri nemici.


1. EDITH STEIN, Meditazione per il 6 Gennaio 1941.

Auguri di Buon Natale e belle festività!

NON TI PORTERÒ

quest’anno

piccolo figlio di Maria

l’oro luccicante

né dell’incenso il profumo

e della mirra;

non ho agnellini di latte

né altri doni, 

nemmeno gingilli argentati

impiccati a nude braccia d’abeti 

sradicati dai monti

imprigionati tra quattro mura

per poi morire 

nella polvere di anonime

soffitte.

Ti porterò

le lacrime dei piccoli

come Te,

giocattoli viventi 

nelle mani di orchi

insaziabili affamati

di luride avventure

e di violenze.

Sono fratelli tuoi,

bambino di Betlemme,

sono rom cacciati come cani 

dalle città civili ed opulente.

Vengono dalle terre dove

l’oro nero, bianco e giallo

li han ridotti a scheletri viventi.

Vengono dalla selva e dal deserto

dove l’acque e le oasi avvelenate

non servono più per l’antica festa.

Sono tanti,

riempiono la grotta

senza chiedere il permesso,

guardano attoniti

Te, ebreo e palestinese, 

bianco, nero, giallo 

straniero, nomade, 

esule in patria,

senza terra e focolare,

Te, solo con la madre 

a sognare la terra lontana, 

le nude mani del fedele padre e

la bisaccia vuota, la paglia

e due sole bestie per riscaldarti.

Anch’io con loro, fatto bambino, 

mi siedo accanto

nell’ombra, senza far rumore,

gli occhi pieni di lacrime e di speranza. 

Accogliere… con sobrietà

NATALE del SIGNORE 

La ricchezza dei testi liturgici cui siamo abituati per accompagnare la Veglia di Pasqua come una sorta di cascata dei Parola di Dio attraverso le cui acque si viene purificati per riprendere il proprio cammino battesimale la si ritrova pure, con una certa abbondanza attraverso le letture che ritroviamo nelle “quattro Messe” di Natale. In questa ricchezza una parola può fare da filo rosso per entrare in modo adeguato nel mistero e non arrestarsi, invece, al livello della “ricorrenza”. L’apostolo Paolo parla di <sobrietà> (Tt 2, 12). Questo termine, tanto caro alla filosofia antica richiama, non la mortificazione, bensì la misura da avere in tutte le cose. Il Natale del Signore ci fa contemplare il mistero dell’incarnazione proprio come accoglienza serena del limite della nostra carne e della nostra storia a cui non siamo chiamati a sottrarsi bensì in cui siamo invitati a giocarci fino in fondo personalmente e in modo generoso in relazione a tutti i nostri fratelli e sorelle in umanità.

La lettura del prologo di Giovanni nel giorno di Natale è come se desse voce al bisogno di raccontare la storia dell’amore tra Dio e la nostra umanità non solo sin dall’inizio, ma persino prima dell’inizio. Quando viviamo dei momenti particolari, tristi o gioiosi che siano, abbiamo bisogno dir raccontare ancora una volta quello che forse già tutti sanno, ma che desideriamo comunque ridire. Il Natale è una festa molto cara ai bambini e come adulti potremmo chiederci come trasmettere veramente il senso profondo di questa festa. Nel mistero dell’incarnazione contempliamo lo stupendo lasciarsi costringere di Dio nelle fasce della nostra umanità: per questo non c’è più bisogno di vergognarsi di essere uomini e donne così come siamo. In una realtà che costringe le giovani generazione sotto una pressione di performance che talora può ammalare le persone più fragili, il Natale ci permette di poter diventare messaggeri di un annuncio meraviglioso che possiamo riprendere con le parole di Leone Magno: <ricordati della tua dignità!>.

Se nella notte di Natale si fa sentire la voce meravigliosa degli angeli, al mattino di Natale ci ritroviamo da soli con i pastori e con Maria e Giuseppe accanto al bambino, in una quotidianità fatta di piccole cose, di cose perlopiù semplici e scontate. Eppure, questo è il grande annuncio del Natale per tutti e per ciascuno. Riscoprire nella nostra realtà di ogni giorno il più grande regalo che abbiamo ricevuto e che possiamo donare. Recuperare gagliardamente la bellezza difficile ma stupenda di essere creature. La lettera agli Ebrei ce lo ricorda con un’immagine forte facendo per ben due volte menzione degli <angeli> (Eb 1, 4. 6) chiamati ormai a prostrarsi e adorare la carne del Verbo quasi dovendo imparare da questi <pastori> (Lc 2, 8) cui portano il grande annuncio della nascita del <Salvatore> (2, 11). I pastori sono coloro che possono perdere tempo e sono disponibili a fare una deviazione nel loro cammino assieme alle greggi. Chissà quanto anche noi siamo disposti a lasciarci disturbare da un annuncio che ci chiede di lasciarci visitare e fare visita. I pastori hanno dei programmi assai sommari e legati a molte incognite che li rendono più disponibili e interiormente distaccati. Da loro dobbiamo imparare e con loro siamo chiamati a metterci in cammino <fino a Betlemme> (2, 15).

Attendere… nella notte

24 Dicembre T.A. –

Un testo che evoca un momento della vita di Davide viene scelto dalla Liturgia per introdurci in questo giorno di vigilia: <Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore…> (2Sam 7, 4). Lo stesso profeta che era stato così condiscendente con l’idea regale di costruire un tempio per il Signore, è costretto a rimangiarsi la sua entusiastica approvazione per farsi annunciatore di qualcosa di diverso, anzi di assolutamente contrario: <Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele> (7, 8). Proprio mentre Davide ha deciso di costruire una casa al Signore riceve la solenne promessa: <Il Signore ti annuncia che farà a te una casa> (7, 11). Di certo ciò turba Davide, ma sicuramente anche lo consola e lo conforta perché lo riporta alla sua esperienza più antica di quel Dio che ha conosciuto nell’immensità dei deserti e dei pascoli sotto il tetto luminoso delle stelle.

Così pure il sacerdote Zaccaria acconsente a chiamare suo figlio col nome di Giovanni, come aveva già annunciato Elisabetta senza che egli potesse udirla, visto che oltre ad essere muto era diventato anche sordo. L’anziano sacerdote si apre ad una novità che lo aveva ammutolito proprio in quel tempio la cui costruzione era così ardentemente desiderata da Davide e serenamente archiviata almeno per il tempo della sua vita. Finalmente dopo nove mesi di silenzio e di isolamento anche <Zaccaria, padre di Giovanni, fu colmato di Spirito Santo e profetò…> (Lc 1, 67). Il canto di benedizione di Zaccaria si conclude così: <Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace> (1, 78-79).

Sia per Davide che per Zaccaria è stato necessario attraversare una lunga notte – non tanto per la sua durata temporale – ma per la sua intensità di rinuncia alle proprie aspettative. Un tempo necessario per lasciarsi indirizzare verso nuovi orizzonti accettando non di costruire una casa né di assicurarsi da sé una discendenza, ma di ricevere ogni cosa come un dono. L’Altissimo ci raggiunge nei nostri desideri, ma lo fa purificandone le ombre e illuminandole con una luce che tutto rischiara. Alle soglie di un nuovo Natale possiamo chiederci fino a che punto, non solo siamo disposti ad attraversare la notte per celebrare liturgicamente la veglia della solennità di Natale, ma ad attraversare quella notte in cui il Signore ci dà appuntamento per rivelarci il suo volto che non ha nulla a che vedere con le nostre immaginazioni su Dio. Nel bimbo di Betlemme, vegliato da due giovani genitori senza riparo, si rivela a noi il volto di un Dio nascosto, offerto, ferito, vinto, silenzioso e inerme. Accoglierlo nella nostra casa significherebbe rivoluzionare radicalmente tutte le nostre abitudini non solo con noi stessi e con gli altri, ma persino con Dio. Questo nuovo Natale ci troverà sufficientemente coraggiosi? 

Attendere… la mano

23 Dicembre T.A. –

La nascita del Battista è l’aurora della nascita del Salvatore e le parole con cui Luca conclude questo racconto già ci fa entrare nel mistero di Cristo Signore: <E davvero la mano del Signore era con lui> (Lc 1, 66). Sembra che una mano accompagni e guidi la vita del Battista fin dal momento della sua nascita… persino da prima! Mistero di elezione, certo, ma anche profezia di una possibilità che si dona per ciascuno di noi nella misura in cui accettiamo che la presenza di Dio informi la nostra vita fino a farne un’espressione della sua presenza in mezzo al mondo, al cospetto dei nostri fratelli e sorelle in umanità. La docilità di Giovanni ad entrare nel flusso della storia accettando fino in fondo il suo posto diventa segno di ciò che può e deve significare per noi accogliere il dono della vita come un’occasione imperdibile di diventare discepoli.

Giovanni, che sarà chiamato ad essere maestro e iniziatore del Signore Gesù presentandolo al mondo come l’Agnello che non viene a giudicare ma a salvare, si presenta come un bambino che si lascia accompagnare e guidare dalla mano del Signore tanto da diventare <l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate> (Mal 3, 1). La tradizione iconografica orientale presenta il Battista come un uomo alato non perché sia disincarnato, ma perché alleggerito dal peso di un’eccessiva preoccupazione di se stesso che rischierebbe di inchiodarlo a se stesso. Al contrario Giovanni è un uomo profondamente libero come una nave non bloccata all’ancora del passato, ma gioiosamente in navigazione e le cui vele sono riempite dal vento del futuro, dagli appelli di Dio. La parola di Elisabetta è il segno di una coscienza grave di ricevere un figlio come dono do ridonare e non da trattenere: <No, si chiamerà Giovanni> (Lc 1, 60).

Il tempo della gestazione di Giovanni nel seno di sua madre diventa il tempo di una profonda conversione di Elisabetta e di Zaccaria chiamati ad andare oltre il loro stesso desiderio di fecondità. Se il bambino che nasce è il segno dell’esaudimento delle loro preghiere è, altresì, l’invito a la sfida ad andare oltre le proprie preghiere per aprirsi a qualcosa che sia più vasto persino della propria angoscia e del proprio desiderio. Il momento in cui tutti si riuniscono <per circoncidere il bambino> (1, 59) coincide con il momento in cui in Elisabetta e Zaccaria qualcosa viene profondamente tagliato per dare spazio a qualcosa di inatteso e di completamente nuovo. Alla fine di questo tempo di Avvento sembra che la Parola di Dio ci inviti a porci una domanda seria e impegnativa circa tutto ciò che in noi è da <fondere e purificare> perché la nostra vita possa essere affinata <come oro e argento> (Mal 3, 3). Accogliamo su di noi la mano del Signore che ci guida, diamo spazio dentro di noi alla mano del Signore che continuamente ci riplasma.

Attendere… pregare

22 Dicembre T.A. –

L’abbraccio tra Maria ed Elisabetta che ci ha riempito il cuore di gioia e di stupore nella liturgia di ieri sembra essere una luce che lascia dietro di sé una scia di gioia intensa o una fiamma ardente che produce una brace che scalda sommessamente. L’abbraccio si fa canto: <L’anima mia magnifica il Signore…> (Lc 1, 46)! La ragione di questa esplosione di gioia non lascia dubbi: <perché ha guardato l’umiltà della sua serva> (1, 47). È come se il cuore di Maria non si potesse mai riempire di se stesso e, in modo del tutto naturale ed efficace, continuamente rimandasse alla presenza di altro – di Altro – nella sua vita. La grandezza sperimentata dalla Madre di Gesù sembra consistere proprio in questa coscienza del proprio nulla da cui l’Altissimo è ancora e sempre capace di plasmare grandi cose, di ricavare nuovi spazi di gloria per la sua creativa misericordia.

Idealmente l’abbraccio tra Maria ed Elisabetta sembra dilatarsi nel tempo fino a superare le barriere dello spazio. Esso si fa legame con tutte quelle espressioni di gratitudine e di umile esultanza che attraversano la storia. La figura di Anna diventa profezia di alcune attitudini proprie di Maria: ella, dopo averlo impetrato con calde lacrime, <portò con sé Samuele, con un giovenco di tre anni, un’efa di farina e un otre di vino, e lo introdusse nel tempio del Signore a Silo> (1Sam 1, 24). Anna motiva questo gesto con queste parole: <io sono quella donna che era stata qui presso di te a pregare il Signore> (1, 26). Anna, la madre di Samuele, e Maria, la madre di Gesù, ci aiutano ad avvicinarci al mistero del Natale con un atteggiamento di preghiera che, se sa chiedere ciò di cui sente il bisogno, non dimentica di saper ringraziare fino a restituire: <Anch’io lascio che il Signore lo richieda: per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore> (1, 28).

L’evocazione del gesto di Anna che conduce il piccolo Samuele al tempio di Silo, è un modo per non dimenticare che l’incarnazione trova il suo senso pieno nel mistero pasquale. Così la gioia del Natale non può in nessun modo essere confusa con una letizia dimentica delle esigenze del dono della propria vita che è il senso più profondo e più vero della rivelazione di Dio in Cristo Gesù. Davanti all’accoglienza di Elisabetta che riconosce nella giovane parente affaticata dal viaggio nientemeno che <la madre del mio Signore> (Lc 1, 43), la reazione di Maria è di restituire interamente la gloria che le viene riconosciuta a Colui dal quale viene ogni grazia e si mette così a cantare l’immensità della misericordia del Signore con la coscienza di essere sempre e solo <serva> (1, 48). L’opera della preghiera che accompagna e guida la nostra vita non è altro che un esercizio quotidiano di consapevolezza che trasforma, giorno dopo giorno, la nostra vita in un dono ricevuto e continuamente ridonato. Pregare è sempre riconoscere che la nostra esistenza se ci è interamente affidata, non è per nulla per noi stessi.