Attendere… nella notte

24 Dicembre T.A. –

Un testo che evoca un momento della vita di Davide viene scelto dalla Liturgia per introdurci in questo giorno di vigilia: <Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore…> (2Sam 7, 4). Lo stesso profeta che era stato così condiscendente con l’idea regale di costruire un tempio per il Signore, è costretto a rimangiarsi la sua entusiastica approvazione per farsi annunciatore di qualcosa di diverso, anzi di assolutamente contrario: <Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele> (7, 8). Proprio mentre Davide ha deciso di costruire una casa al Signore riceve la solenne promessa: <Il Signore ti annuncia che farà a te una casa> (7, 11). Di certo ciò turba Davide, ma sicuramente anche lo consola e lo conforta perché lo riporta alla sua esperienza più antica di quel Dio che ha conosciuto nell’immensità dei deserti e dei pascoli sotto il tetto luminoso delle stelle.

Così pure il sacerdote Zaccaria acconsente a chiamare suo figlio col nome di Giovanni, come aveva già annunciato Elisabetta senza che egli potesse udirla, visto che oltre ad essere muto era diventato anche sordo. L’anziano sacerdote si apre ad una novità che lo aveva ammutolito proprio in quel tempio la cui costruzione era così ardentemente desiderata da Davide e serenamente archiviata almeno per il tempo della sua vita. Finalmente dopo nove mesi di silenzio e di isolamento anche <Zaccaria, padre di Giovanni, fu colmato di Spirito Santo e profetò…> (Lc 1, 67). Il canto di benedizione di Zaccaria si conclude così: <Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace> (1, 78-79).

Sia per Davide che per Zaccaria è stato necessario attraversare una lunga notte – non tanto per la sua durata temporale – ma per la sua intensità di rinuncia alle proprie aspettative. Un tempo necessario per lasciarsi indirizzare verso nuovi orizzonti accettando non di costruire una casa né di assicurarsi da sé una discendenza, ma di ricevere ogni cosa come un dono. L’Altissimo ci raggiunge nei nostri desideri, ma lo fa purificandone le ombre e illuminandole con una luce che tutto rischiara. Alle soglie di un nuovo Natale possiamo chiederci fino a che punto, non solo siamo disposti ad attraversare la notte per celebrare liturgicamente la veglia della solennità di Natale, ma ad attraversare quella notte in cui il Signore ci dà appuntamento per rivelarci il suo volto che non ha nulla a che vedere con le nostre immaginazioni su Dio. Nel bimbo di Betlemme, vegliato da due giovani genitori senza riparo, si rivela a noi il volto di un Dio nascosto, offerto, ferito, vinto, silenzioso e inerme. Accoglierlo nella nostra casa significherebbe rivoluzionare radicalmente tutte le nostre abitudini non solo con noi stessi e con gli altri, ma persino con Dio. Questo nuovo Natale ci troverà sufficientemente coraggiosi? 

Attendere… la mano

23 Dicembre T.A. –

La nascita del Battista è l’aurora della nascita del Salvatore e le parole con cui Luca conclude questo racconto già ci fa entrare nel mistero di Cristo Signore: <E davvero la mano del Signore era con lui> (Lc 1, 66). Sembra che una mano accompagni e guidi la vita del Battista fin dal momento della sua nascita… persino da prima! Mistero di elezione, certo, ma anche profezia di una possibilità che si dona per ciascuno di noi nella misura in cui accettiamo che la presenza di Dio informi la nostra vita fino a farne un’espressione della sua presenza in mezzo al mondo, al cospetto dei nostri fratelli e sorelle in umanità. La docilità di Giovanni ad entrare nel flusso della storia accettando fino in fondo il suo posto diventa segno di ciò che può e deve significare per noi accogliere il dono della vita come un’occasione imperdibile di diventare discepoli.

Giovanni, che sarà chiamato ad essere maestro e iniziatore del Signore Gesù presentandolo al mondo come l’Agnello che non viene a giudicare ma a salvare, si presenta come un bambino che si lascia accompagnare e guidare dalla mano del Signore tanto da diventare <l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate> (Mal 3, 1). La tradizione iconografica orientale presenta il Battista come un uomo alato non perché sia disincarnato, ma perché alleggerito dal peso di un’eccessiva preoccupazione di se stesso che rischierebbe di inchiodarlo a se stesso. Al contrario Giovanni è un uomo profondamente libero come una nave non bloccata all’ancora del passato, ma gioiosamente in navigazione e le cui vele sono riempite dal vento del futuro, dagli appelli di Dio. La parola di Elisabetta è il segno di una coscienza grave di ricevere un figlio come dono do ridonare e non da trattenere: <No, si chiamerà Giovanni> (Lc 1, 60).

Il tempo della gestazione di Giovanni nel seno di sua madre diventa il tempo di una profonda conversione di Elisabetta e di Zaccaria chiamati ad andare oltre il loro stesso desiderio di fecondità. Se il bambino che nasce è il segno dell’esaudimento delle loro preghiere è, altresì, l’invito a la sfida ad andare oltre le proprie preghiere per aprirsi a qualcosa che sia più vasto persino della propria angoscia e del proprio desiderio. Il momento in cui tutti si riuniscono <per circoncidere il bambino> (1, 59) coincide con il momento in cui in Elisabetta e Zaccaria qualcosa viene profondamente tagliato per dare spazio a qualcosa di inatteso e di completamente nuovo. Alla fine di questo tempo di Avvento sembra che la Parola di Dio ci inviti a porci una domanda seria e impegnativa circa tutto ciò che in noi è da <fondere e purificare> perché la nostra vita possa essere affinata <come oro e argento> (Mal 3, 3). Accogliamo su di noi la mano del Signore che ci guida, diamo spazio dentro di noi alla mano del Signore che continuamente ci riplasma.

Attendere… pregare

22 Dicembre T.A. –

L’abbraccio tra Maria ed Elisabetta che ci ha riempito il cuore di gioia e di stupore nella liturgia di ieri sembra essere una luce che lascia dietro di sé una scia di gioia intensa o una fiamma ardente che produce una brace che scalda sommessamente. L’abbraccio si fa canto: <L’anima mia magnifica il Signore…> (Lc 1, 46)! La ragione di questa esplosione di gioia non lascia dubbi: <perché ha guardato l’umiltà della sua serva> (1, 47). È come se il cuore di Maria non si potesse mai riempire di se stesso e, in modo del tutto naturale ed efficace, continuamente rimandasse alla presenza di altro – di Altro – nella sua vita. La grandezza sperimentata dalla Madre di Gesù sembra consistere proprio in questa coscienza del proprio nulla da cui l’Altissimo è ancora e sempre capace di plasmare grandi cose, di ricavare nuovi spazi di gloria per la sua creativa misericordia.

Idealmente l’abbraccio tra Maria ed Elisabetta sembra dilatarsi nel tempo fino a superare le barriere dello spazio. Esso si fa legame con tutte quelle espressioni di gratitudine e di umile esultanza che attraversano la storia. La figura di Anna diventa profezia di alcune attitudini proprie di Maria: ella, dopo averlo impetrato con calde lacrime, <portò con sé Samuele, con un giovenco di tre anni, un’efa di farina e un otre di vino, e lo introdusse nel tempio del Signore a Silo> (1Sam 1, 24). Anna motiva questo gesto con queste parole: <io sono quella donna che era stata qui presso di te a pregare il Signore> (1, 26). Anna, la madre di Samuele, e Maria, la madre di Gesù, ci aiutano ad avvicinarci al mistero del Natale con un atteggiamento di preghiera che, se sa chiedere ciò di cui sente il bisogno, non dimentica di saper ringraziare fino a restituire: <Anch’io lascio che il Signore lo richieda: per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore> (1, 28).

L’evocazione del gesto di Anna che conduce il piccolo Samuele al tempio di Silo, è un modo per non dimenticare che l’incarnazione trova il suo senso pieno nel mistero pasquale. Così la gioia del Natale non può in nessun modo essere confusa con una letizia dimentica delle esigenze del dono della propria vita che è il senso più profondo e più vero della rivelazione di Dio in Cristo Gesù. Davanti all’accoglienza di Elisabetta che riconosce nella giovane parente affaticata dal viaggio nientemeno che <la madre del mio Signore> (Lc 1, 43), la reazione di Maria è di restituire interamente la gloria che le viene riconosciuta a Colui dal quale viene ogni grazia e si mette così a cantare l’immensità della misericordia del Signore con la coscienza di essere sempre e solo <serva> (1, 48). L’opera della preghiera che accompagna e guida la nostra vita non è altro che un esercizio quotidiano di consapevolezza che trasforma, giorno dopo giorno, la nostra vita in un dono ricevuto e continuamente ridonato. Pregare è sempre riconoscere che la nostra esistenza se ci è interamente affidata, non è per nulla per noi stessi. 

Attendere… il giusto

IV Domenica di Avvento 

La liturgia di questo Avvento ci fa varcare l’ultimo tratto del nostro cammino verso il Natale in particolare compagnia di Giuseppe, che le Scritture ci presentano come lo <sposo di Maria> (Mt 1, 16) in quanto era un uomo <giusto> (1, 19). Il ruolo di Giuseppe, nel cammino della storia della salvezza, è quello di accogliere e prendere con sé il Verbo fatto carne e non semplicemente e solamente per dargli un’apparenza di legalità, ma perché fosse realmente e concretamente parte della nostra umanità, il cui <sposo> (Is 54, 5) è il Signore che, come tale, si accosta a noi e di noi vuole prendersi cura (Ef 5, 29; Mc 2, 19). Il Vangelo secondo Matteo ci mette di fronte alla nascita del Salvatore come ad un momento critico e difficile che fa precipitare il giusto Giuseppe in una profonda crisi, una crisi  che sollecita la nostra umanità ad immaginare un modo nuovo di essere giusti, un modo  che non corrisponde affatto all’impersonale e letterale osservanza della legge per trovare rassicurazione alla propria paura di rischiare, ma per essere in grado di “ag-giustare”, nel senso più bello e consapevole, gli eventi della vita, così da porli e viverli nel mistero della volontà di Dio.

Veramente Giuseppe vive con coraggio – e con tutta la fatica necessaria – quella doppia fedeltà all’uomo e a Dio che sarà il contenuto più forte dell’annuncio di quel <vangelo di Dio> (Rm 1, 1) rivelatosi in Cristo Gesù e di cui è chiamato ad essere veramente padre. Senza neanche una parola, ma con dei gesti la cui eloquenza è inesauribile, Giuseppe vive in prima persona quel Vangelo che Gesù rivelerà al mondo attraverso la sua persona a cui, questo padre silenzioso – ma non assente – darà il nome nel duplice ruolo di un modo di conoscere se stessi e di darsi a conoscere dagli altri: <lo chiamerai Gesù> (Mt 1, 21). Quasi per far risaltare ancora più fortemente – e per  stridente contrasto – l’atteggiamento così evangelico di Giuseppe, la prima lettura rievoca la storia di Acaz, la cui apparente timidezza nel chiedere <un segno dal Signore> (Is 7, 10) è – in realtà – la maschera della sua scaltrezza e della sua scelta di non fidarsi di Dio, ma dei suo stessi nemici – gli Assiri – a cui chiede protezione, sacrificando sull’altare dei loro dèi il suo figlio. Acaz per tentare di salvare se stesso, percependosi un tutt’uno con la sua regalità, accetta di sacrificare il suo figlio sull’altare dei suoi nemici senza né confidare né abbandonarsi a Dio. Giuseppe fa esattamente il contrario: davanti alla scelta tra il suo proprio onore e quello della madre a cui è legata la vita di questo misterioso bambino, sceglie di stare dalla parte del più debole con un amore capace di <mettersi contro se stesso>1

Tutto ciò non può che avvenire se non <per opera dello Spirito Santo> (Mt 1, 18. 20)! Possiamo dunque chiederci se l’intervento dello Spirito si riferisce all’opera di Dio che si fa accogliere nel seno di una donna già promessa, rendendola ancora più sposa, o alla straordinaria capacità di amare di un uomo, il cui modo è così assoluto, da trasformare tutto il suo eros in un fuoco d’amore che, senza annullare il proprio desiderio dell’altro, lo traduce in puro desiderio di bene per l’altro. Così commenta una monaca dei nostri giorni questo sublime momento in cui l’amore di Giuseppe arde senza consumarsi: <Giuseppe era piombato nel sonno come nella morte, devastato dalla decisione che aveva appena preso: tenebra dell’assoluta fiducia in Dio, abbandono del giusto che chiude gli occhi, non per dimenticare, ma per fare spazio al Totalmente Altro. Il falegname dormiva come un albero sventrato dalla folgore con il cuore sovraccarico di sofferenza. Spogliato di tutto era ormai pronto per l’inaudito dopo che la terra delle sue radici si era come crepata scoprendo che la sua fidanzata era gravida di un segreto fatto di carne e di sangue. Da giorni ormai, un uragano scuoteva le sue certezze, attizzando quel fuoco che gli consumava le budella… ed ecco che senti di essere avvolto da una brezza leggera, accarezzato da un battito d’ali…>2. Chiudiamo gli occhi e chiediamo anche noi la carezza di cui ha bisogno il nostro cuore in attesa perché tutto sia più “giusto”.  


1. MASSIMO IL CONFESSORE, Centurie.

2. Sr Bénédicte de la Croix, in Prions en Eglise, 288 (Dicembre 2010) pp. 127-128.

Attendre… le juste

IV Dimanche de l’Avent –

La liturgie de cet Avent nous fait traverser le dernier passage de notre chemin vers Noël en compagnie particulière de Joseph, que les écritures nous présentent comme «  l’époux de Marie » (Mt 1, 16), un homme «  juste » (1, 19). Le rôle de Joseph, son chemin dans l’histoire du salut, est celui d’accueillir et de prendre avec lui le Verbe fait Chair et non simplement et solennellement pour lui donner une apparence de légalité, mais pour qu’il fasse réellement et concrètement partie de notre humanité, dont «  l’époux » (Is 54, 5) est le Seigneur qui, en tant que tel, s’approche de nous et veut prendre soin de nous ( Eph 5 ; Mc 2, 19). L’évangile selon Matthieu nous met face à la naissance du Sauveur comme un moment critique et difficile qui fait précipiter  Joseph le juste dans une profonde crise, une crise qui sollicite notre humanité pour imaginer une façon nouvelle d’être juste, une façon qui, en fait, ne correspond pas à l’impersonnelle et littérale observance de la loi pour être rassurer de sa propre peur du risque, mais pour être capable « d’a-juster », dans le plus beau sens du terme, les événements de la vie, pour les porter et les vivre dans le mystère de la volonté de Dieu.

Joseph vit vraiment avec courage – et avec toute la difficulté nécessaire – cette double fidélité à l’homme et à Dieu qui sera la plus forte teneur de l’annonce de cet «  évangile de Dieu » ( Rm 1,1) se révélant en Jésus Christ et dont il est appelé à devenir vraiment le père. Sans même une parole, mais avec des gestes dont l’éloquence est inépuisable, Joseph vit personnellement cet évangile que Jésus révélera au monde à travers sa personne dont ce père silencieux – mais non absent – donnera  doublement le nom dans sa façon à se connaître soi-même et se faire connaître aux autres : «  tu l’appelleras Jésus » (Mt 1,21). Comme pour faire ressortir encore d’avantage  – et par un contraste éclatant – l’attachement si évangélique de Joseph, la première lecture évoque à nouveau l’histoire d’Achaz, dont l’apparente timidité à demander «  un signe au Seigneur » (Is 7, 10) est – en réalité – le masque de sa fourberie et de son choix de ne pas faire confiance à Dieu, mais plutôt à ses ennemis – les Assyriens – à qui il demande protection, sacrifiant sur l’autel de leurs dieux son fils. Pour tenter de se sauver, Achaz, se considérant comme un avec son royaume, accepte de sacrifier son fils sur l’autel de ses ennemis sans se confier, ni s’abandonner à Dieu. Joseph fait exactement le contraire : face au choix entre son propre honneur et celui de la mère à qui est lié la vie de ce mystérieux enfant, il choisit de reste du côté des plus faibles avec un amour capable de «  se mettre contre lui-même »1.

Tout cela ne peut advenir que par « l’opération du Saint Esprit » ( Mt 1, 18-20). Nous pouvons donc nous demander si l’intervention de l’Esprit se réfère à l’oeuvre de Dieu qui se fait accueillir dans le sein d’une femme déjà promise, la rendant encore plus épouse, ou par l’extraordinaire capacité d’aimer d’un homme, d’une façon si absolue qu’il transforme tout son éros en feu d’amour qui, sans annuler le propre désir de l’autre, le traduit en pur désir de bien pour l’autre. Voici le commentaire d’une moniale de nos jours concernant ce sublime moment où l’amour de Joseph brûle sans se consumer : «  Joseph était plombé dans le sommeil comme dans la mort, dévasté par la décision qu’il avait à peine prise : ténèbre de l’absolue confiance en Dieu, abandon du juste qui ferme les yeux, non pour oublier, mais pour faire de la place au Tout-Autre. Le menuisier dormait comme un arbre vidé de son feuillage, le coeur surchargé de souffrance. Dépouillé de tout, il était désormais prêt pour l’inaudible après que la terre  de ses racines se fut craquelée, découvrant que sa fiancée était enceinte d’un secret fait de chair et de sang. Depuis plusieurs jours déjà un ouragan secouait ses certitudes, attisant ce feu qui lui consumait les entrailles…et voici qu’il se sentit enveloppé d’une brise légère, caressé par un battement d’ailes… »2. Fermons les yeux et demandons-nous aussi la caresse  dont a besoin notre coeur dans l’attente que tout soit plus « juste ».


1. MAXIME LE CONFESSEUR, Centurie.

2. Soeur Bénédicte de la Croix, dans Prions en Eglise, 288 (Décembre 2010) pp. 127-128.

Attendere… il senso

20 Dicembre T.A. –

Con Maria, la madre del Signore, siamo chiamati ad avvicinarci al mistero dell’incarnazione del Verbo non come spettatori distratti, ma lasciandoci interpellare fino a farci interiormente cambiare dalla presenza di Cristo in noi. Maria non accoglie le parole dell’angelo Gabriele come fosse l’annuncio di un privilegio, ma si pone in ascolto profondo e si chiede il <che senso avesse un saluto come questo> (Lc 1, 29). Sono tanti i motivi per cui la tradizione ha cercato di motivare la scelta di questa giovane donna di Nazaret per essere la madre del Messia, ma si può ben dire che la prima caratteristica di Maria, che le Scritture mettono in risalto, è la sua capacità riflessiva e la sua attitudine a cercare il <senso> profondo delle cose che le accadono e di cui è mediazione per la vita di tutti. Il motivo dell’interiore riflessione di Maria si concentra attorno ad una parola: <grazia> (1, 28)! Infatti, Gabriele reagisce riprendendo questo stesso termine e cercando di spiegare: <Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio> (1, 30). Se seguiamo il dialogo tra Maria e Gabriele ci rendiamo conto che il senso profondo della venuta del Verbo nella nostra realtà umana è di darci il senso della grazia e la grazia del senso, senza cui la nostra vita in questo mondo rischia di snaturarsi.

Ciò che Acaz sembra non capire è proprio il senso di questa grazia che si dà come <segno> (Is 7, 14). Anche a noi talora sfugge nel nostro camminare nel tempo e nella storia quella che si potrebbe definire la “segnaletica della grazia” seguendo la quale siamo messi in grado, ogni giorno, di accogliere il mistero della grazia come motore della vita senza mai perderne il senso profondo e senza mai smarrire la direzione della nostra esistenza. Dopo aver cercato e trovato il <senso> di ciò che le sta accadendo, per Maria viene naturale di dare il suo pieno consenso: <Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola> (1, 38). Come spiega Nathalie Nabert: <Queste parole sono in grado di raccogliere tutta la grazia dello spogliamento, tutta la nudità interiore di colei che accoglie e tace davanti al dono che le viene fatto. La fiducia, l’umile fiducia appena turbata di Maria dinanzi alla sua luminosa maternità prefigura la sua pazienza sotto la croce e riveste la Chiesa di un velo di sapienza>1.

Quello che avviene in e per Maria, è il segno della vocazione di ciascuno di noi chiamati ad accogliere dentro la nostra vita la discrezione del Misericordioso la cui presenza non è mai invadente, la cui delicatezza non forza la nostra intimità, ma la sigilla con il marchio della libertà che ci restituisce a noi stessi senza lasciarci uguali a noi stessi. Acaz sembra avere timore di essere disturbato da Dio proprio come noi abbiamo paura di perdere il controllo sulla nostra vita che ci fa preferire smarrirne il senso piuttosto che essere lanciati sugli inediti percorsi della grazia.


1. N. NABERT, Liturgie interieure, Ad Solem, Genève 2004, p. 34.

Attendere… l’angelo

19 Dicembre T.A. –

Le due letture che accompagnano e guidano il nostro cammino verso il Natale ci parlano, in ambedue in casi, dell’intervento di un angelo nella vita di due persone già segnate amaramente dalla vita attraverso la dura e mortificante esperienza della sterilità. Manoach ha una moglie sterile e una vita molto probabilmente rassegnata, ma ecco che <L’angelo del Signore apparve a questa donna> (Gdc 13, 3). Zaccaria ed Elisabetta <Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le legge e le prescrizioni del Signore> eppure <non avevano figli> (Lc 1, 7). Eppure, proprio quando non si aspettavano più nulla dalla vita se non una vecchiaia un po’ triste e, anche per loro, rassegnata, ecco che <Apparve a lui un angelo del Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso> (1, 11). Il frutto di queste due visite angeliche sono la nascita di <Sansone> (Gdc 13, 24) e quella di Giovanni Battista che sono la prefigurazione della nascita di Cristo non solo nel tempo, ma pure nel profondo dei nostri cuori.

Mentre i nostri passi si affrettano verso la rinnovata contemplazione del <segno> che sarà posto in una <mangiatoia>, siamo invitati ad un pellegrinaggio forse ancora più impegnativo verso l’intimità del nostro cuore dove dobbiamo porci la domanda su quelle che sono le nostre reali attese e aspettative. Forse anche noi come Manoach e sua moglie e come Zaccaria ed Elisabetta rischiamo di vivere in modo rassegnato senza più aspettarci molto dalla nostra esistenza in termini di incremento di vita. Ed ecco che, inaspettatamente ma così gioiosamente, siamo chiamati a confrontarci con un <angelo> del Signore che visita la nostra esistenza e ci apre gli occhi su un di più di possibilità. Nella figura dell’<angelo del Signore> non è necessario immaginare nulla di così straordinario. Se c’è una caratteristica propria degli angeli è la leggerezza del loro passo e la loro assoluta discrezione con cui visitano coloro cui sono inviati a portare un annuncio senza attirare troppo l’attenzione su se stessi e, con un battito d’ala, scompaiono non appena la loro missione di annuncio e di sostegno alla speranza è stata compiuta.

Se riflettiamo bene di angeli e di momenti angelici anche la nostra vita è piena! Il vero problema riguarda la nostra disponibilità ad accogliere e a lasciarci rimettere in moto nel desiderio dalla visita di chi ci aiuta ad aprire gli occhi per cogliere nuove e più ampie possibilità di vita. L’annuncio di Gabriele suona per Zaccaria troppo esigente: <Avrai gioia ed esultanza> (Lc 1, 14). Non è raro che la gioia ci spaventi più del dolore perché richiede da noi un di più di generosità e di implicazione. La reazione di Zaccaria rischia di essere molto simile alla nostra: <Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni> (1, 18). A questa reazione quasi imbronciata di Zaccaria corrisponde quella dell’angelo: <Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annuncio> (1, 19). Anche per noi, forse, si rende necessario un tempo <muto> (1, 20) per riconsiderare noi stessi ed abitare quel segreto che ci abita così profondamente, da farci così male da avere bisogno quasi di negarlo. In questi giorni di preparazione al Natale cerchiamo un angolo intimo di silente contemplazione del nostro cuore per potervi ascoltare i sussurri angelici che ci invitano ad andare oltre e a desiderare ancora, di più, meglio. A quanto pare gli angeli parlano sempre al futuro ed è per l’avvenire che dobbiamo ricordare – Zaccaria significa “Dio si ricorda” – per fare sempre più spazio alla grazia della vita – Giovanni significa “Dio fa grazia” -.

Attendere… la terra

18 Dicembre T.A. –

Il profeta Geremia aiuta il popolo a progredire nell’intelligenza del mistero della salvezza in cui si sperimenta la compagnia di Dio nella storia. Secondo le parole del profeta verranno giorni in cui la memoria fondativa dell’uscita <dalla terra d’Egitto> diventerà ricordo di un Dio che <ha ricondotto la discendenza della casa d’Israele dalla terra del settentrione e da tutte le regioni dove li aveva dispersi!> (Ger 23, 8). Ora per noi è necessario un passo ulteriore. Si tratta di passare da una concezione fisica e spaziale della terra a uno spazio di umanità, che permette al Verbo di farsi carne e, alla luce e nella forza di questo mistero di divina compagnia, crea la possibilità per la nostra umanità di essere sempre più uno sprazzo di cielo, uno spazio così squisitamente umano da essere divino. Questa <terra> vergine, nel senso di assoluta apertura e accoglienza, è l’umile ragazza di Nazaret, Maria, che <si trovò incinta per opera dello Spirito Santo> (Mt 1, 18). Ma perché il Verbo possa radicare non solo nella carne della nostra umanità, ma pure nelle coordinate storiche e relazionali del nostro vivere umano è necessaria anche l’accoglienza di Giuseppe, il quale viene presentato dall’evangelista con queste caratteristiche: <era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente> (1, 19).

Maurice Zundel commenta tutto ciò con accenti di alta poesia: <Di san Giuseppe non è giunta fino a noi nemmeno una parola. Questo silenzio ci è proposto nel vangelo in un’occasione unica, a proposito di quel grande dramma d’amore, il più grande dramma d’amore della storia, quando Giuseppe deve misurarsi con la maternità di Maria, di cui ignora la sorgente e l’origine. Matteo ha riassunto questa situazione in poche righe che sono un autentico capolavoro di discrezione, di pudore, di umanità e di amore. È questo che dà ai due sposi tutta la loro dimensione umana e divina, questo silenzio da una parte e dall’altra: silenzio di rispetto totale, questo silenzio di fiducia assoluta, questo silenzio sigillato dalla presenza stessa di Dio nel seno di Maria. È a questo punto che Giuseppe si è addormentato sulla sua determinazione e il suo dolore. Perché, in fin dei conti, questa donna egli l’ama come mai un uomo ha amato una donna. Egli si addormenta su questa risoluzione e sul suo dolore, il dolore di lasciarla, il dolore di affidarla al suo destino nel momento in cui avrebbe maggiormente bisogno della sua presenza e della sua protezione>1.

Eppure, le cose andranno diversamente e, infine, Giuseppe entrerà interamente nell’avventura umana di Dio fatto uomo. Sarà proprio Giuseppe a dare il nome a Gesù riprendendo il primo compito di Adamo nel paradiso quando fu invitato a partecipare all’opera della creazione dando un nome alle realtà che facevano bello e buono il mondo. Il Signore ha scelto un uomo, dalle mani callose ben compromesse con la realtà di questa terra per vegliare e guidare i primi passi del Figlio e iniziarlo a lavorare per la nuova creazione, quella che avviene non più tra cielo e terra, ma nella terra dei mansueti dove si gioca il destino di ogni cosa: il cuore. Con il suo silenzio di presenza e di amore tenace Giuseppe trasmetterà a Gesù il nome e la realtà insegnandogli i <gesti del mestiere> come diceva frère Christophe Lebreton <il servizio del cliente e del fratello> unita alla <preghiera del laboratorio>. L’Emmanuele imparerà da Giuseppe come essere <Dio con> le cose, la natura, i fratelli e le sorelle in umanità di cui Maria e Giuseppe sono le prime icone, le più vivibili e amabili che daranno il coraggio a Gesù di attraversare anche le situazioni e le relazioni meno vivibili e meno amabili di questa nostra terra.


1. M. ZUNDEL, Madre della Sapienza, Edizioni Corsia dei Servi, 1954.

Celebrazione eucaristica nel Tempo di Natale

NATALE del SIGNORE

24 Dicembre:

ore 21.30 Vigilie 

ore 23.00 Eucaristia della Notte

25 Dicembre:

ore 10.00 Eucaristia del Giorno


Santo Stefano:

26 Dicembre:

ore 7;45 Eucaristia


Solennità della Madre di Dio

31 Dicembre:

ore 22.45 Vigilie e Te Deum 

1 Gennaio:

ore 10.00 Eucaristia

Attendere… radunarsi

III settimana T.A. –

Cominciamo il cammino dell’ultima parte di questo Avvento ritmato dalle invocazioni “O” che dicono tutto il desiderio della Chiesa di preparare il proprio cuore alla ri-accoglienza della carne di quel Verbo che ancora si fa carne e chiede di essere riconosciuto e accolto come l’ospite di riguardo non perché possa imporsi, ma per la sua fragilità e debolezza che onora la nostra umanità. Le parole che Giacobbe rivolge ai suoi figli raccolti attorno al suo letto di morte possono intonare, come fosse un canto, la nostra marcia di avvicinamento al Natale: <Radunatevi e ascoltate, figli di Giacobbe> (Gn 49, 2). Questo tempo di preparazione può essere dunque ritmato da due desideri fondamentali: radunarsi e ascoltarsi! Non è forse questo il simbolo più forte e commovente di questi giorni in cui ci scambiamo gli auguri e cerchiamo di preparare al meglio gli appuntamenti natalizi in cui cerchiamo, in tanti modo, di radunarci per ascoltarci? Le parole che Giacobbe rivolge ai suoi figli richiedono non solo di radunarsi e di ascoltarsi, ma di fondare questa operazione di reciproca accoglienza su un fondamento: <ascoltate Israele, vostro padre!>. Per ritrovarsi in verità e regalarsi reciprocamente un momento di ascolto autentico, è necessario fare memoria di ciò che ci ha preceduto, in modo da fare della nostra vita non un assoluto, ma l’espressione di una generazione che esige memoria del passato e fiducia nel futuro.

In questa prospettiva la lettura della <Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo> (Mt 1, 1) ci obbliga a vivere un momento di memoria in cui la cascata dei nomi ci permette di sentire il fiume della vita che passa attraverso di noi senza fermarsi con noi. Matteo ci offre tre grandi sezioni della storia che sembra portare dentro di sé il desiderio di fare posto ad altro diventando un seno accogliente e provvido per l’incarnazione del Verbo che culmina in quel <Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo> (1, 16). Le nostre generazioni umane, segnate da momenti gloriosi e da episodi alquanto tristi come l’evocazione del sacrificio di <Urìa> (1, 6), fanno posto alla divina generazione del Verbo eterno del Padre che prende dimora tra di noi e si fa uomo per noi.

La Liturgia ci mette di fronte alla necessità di non dimenticare, senza per questo diventare prigionieri del passato. Perché la vita si manifesti e maturi è necessario accogliere la legge della generazione cui si è sottomesso lo stesso Verbo di Dio. Generare diventa il primo passo per riconoscersi come parte di un mistero che ci è donato e di cui siamo responsabili. Se da una parte l’aspirazione suprema di Dio è quella di generare, il nostro desiderio più grande deve diventare quello di essere generati alla figliolanza divina accettando la gestazione interiore di cui è artefice lo Spirito che ci è stato donato come caparra e come sigillo della nostra dignità e della nostra vocazione. La nostra generazione divina avviene per noi come per il Cristo: nel bel mezzo di quella storia di salvezza e di sventura che contrassegna ogni storia non esclusa quella della carne del Verbo. Maria, la sposa di Giuseppe, è la quinta donna e il cinque è il numero di Venere, la dea dell’amore, il principio sempre possibile perché la vita vada avanti e possa diventare più piena. La domanda di Giacobbe esige una risposta: <chi lo farà alzare?> (Gen 49, 9). Il Cristo si leverà ancora nella nostra storia nella misura in cui gli lasceremo spazio prima di tutto nella nostra intimità come fece Maria, come fece Giuseppe il cui legame e ascolto reciproco crebbero nel momento in cui Gesù cominciò ad essere tra loro come dono e come responsabilità. Così il passato diventa passaggio per il futuro che riempie di luce il presente.