24 gennaio H 15.30 – Il Chronicon Novaliciense tra memoria e profezia 

23 gennaio H: 16 – 18 | L’atto di fondazione di Novalesa, un evento che genera avvenimenti

Accogliere… la presenza

II Settimana del Tempo di Natale

Come la folla, siamo ancora ammirati del gesto di compassione compiuto dal Signore Gesù, gesto capace di saziare il bisogno e l’attesa di tutti. Eppure, sembra che non sia ancora sufficiente e, soprattutto, sembra di capire finalmente a chi è rivolta la potenza di questo segno compiuto da Gesù. Nella logica del racconto evangelico sembra, infatti, di poter dire che, se la folla ha potuto beneficiare del nutrimento, i veri destinatari di quella che potremmo definire una “catechesi pratica”, i veri destinatari sono i discepoli e non la folla. Sono loro, infatti, ad essere oggetto di più di un invito da parte del Signore. Prima di tutto sono sollecitati a superare la loro paura fino ad essere invitati, in modo sorprendente e perfino un poco eccessivo, a un di più: <Voi stessi date loro da mangiare> (Mc 6, 37). In seguito, viene loro richiesto di farsi mediatori del dono che passa, dalle mani e dal cuore di Cristo, alla folla affamata di pane: <li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro> (6, 41). Non sappiamo bene chi abbia raccolto i pezzi avanzati, ma veniamo a sapere che Gesù <subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva> (6, 45).

Come al cospetto di una folla affamata, i discepoli sono aiutati dal Maestro a non temere di mettere a disposizione quello che hanno, ora nella solitudine del lago, sferzato dal <vento contrario>, aggravato delle incertezze e dai fantasmi della <notte> (6, 48), devono fare un passo in più nel loro cammino di discepolato. La paura di rimanere senza pane è già stata mutata dal Signore Gesù nella disponibilità a condividerlo serenamente. Ora la paura di essere soli, e in pericolo, dovrà trasformarsi in un di più di fiducia. Sempre, anche quando si offre in un modo che ci lascia <sconvolti> fino a farci <gridare>, la presenza del Cristo accanto alla nostra barca, che rischia di fare acqua da tutte le parti, deve mutarsi in serena fiducia: la sua presenza, non solo non minaccia, ma rasserena il cuore. 

Gesù aveva levato gli occhi al cielo prima di moltiplicare il pane e i pesci e, subito dopo, si ritira <sul monte a pregare> (6, 46), per volgersi profondamente verso il Padre suo: per ringraziare e per intercedere ancora per tutti i bisogni che ha incontrato sul suo cammino. La forza, infatti, che viene dal Signore Gesù, non gli proviene da se stesso, ma da questa presenza intima e profonda che rende Gesù irradiazione della Presenza del Padre. Camminando sul mare il Signore rivela di essere capace di dominare tutte le forze del male e tutte le prese di morte. È qui che i discepoli sono attesi dal loro Maestro, a questa scuola che insegna a confidare sempre meno sulle proprie sicurezze – pane abbondante o una buona barca – per puntare sulla possibilità di affrontare ogni cosa insieme, per la gioia e la consolazione di tutti. L’introduzione della prima lettura può veramente diventare la conclusione della nostra meditazione: <se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri> (1Gv 4, 11). Allora veramente potremo sperimentare come e quanto: <Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore> (4, 18).

Accogliere… precedere

II Settimana del Tempo di Natale

La folla che precede Gesù è un simbolo forte della nostra umanità che ha bisogno del Signore, il quale accetta di avere bisogno della nostra umanità fino a farsi precedere nel dono per farsi, egli stesso, misura di ogni dono. In tal modo si manifesta l’abisso dell’amore divino, di cui ci parla la prima lettura, nel quale vengono espressi i suoi sentimenti di uomo all’altezza della sua divina umanità e a servizio della nostra. Come dice un maestro spirituale poco conosciuto, ma tanto penetrante: <il proprio dell’amore è quello di donare sempre e di ricevere sempre>[1]. Così l’apostolo Giovanni trova le parole giuste per riassumere e portarci al cuore della manifestazione di Dio in Cristo Gesù: <In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi> (1Gv 4, 10). In questi giorni che intercorrono tra l’Epifania del bambino Gesù ai Magi e la Teofania presso il Giordano, la Liturgia ci aiuta a cogliere ed accogliere i vari modi con cui il Signore si fa presente alla nostra vita. Il Maestro ci accompagna in ogni suo tornante chiedendoci di diventare, a nostra volta, e in prima persona, mediatori e testimoni di un Dio che si fa prossimo ad ogni uomo e ad ogni donna, soprattutto se bisognosi e feriti.

Una di queste rivelazioni del modo con cui Dio accompagna il nostro cammino, è certamente il suo farsi pane per ogni nostra fame e il suo farsi attenzione ai nostri più elementari bisogni, in un’infinita <compassione> (Mc 6, 34). La folla ha intuito che Gesù ha occhi per il suo dolore e per questo non solo lo segue, ma lo precede, e questo proprio perché, in realtà, si sente preceduta, nella conoscenza e nella risposta, in quella fame di attenzione e di cura i cui morsi, talora, stringono, non solo lo stomaco, ma soprattutto il cuore. E si può ben dire che la folla ha ragione! La folla non si è affatto sbagliata visto che appena Gesù scende dalla barca prova un’emozione forte: la stessa provata dal padre al ritorno a casa di quel figlio perduto e ritrovato (cfr Lc 15, 20). Il Signore Gesù con la sua parola non solo ci raduna attorno a sé, ma come una vera madre, ci nutre e ci rinfranca al suo seno pieno di amore.

Il Signore Gesù non può accettare il consiglio dei suoi discepoli: <congedali…> (Mc 6, 36), al contrario li esorta a coinvolgersi profondamente con il bisogno di questa gente accettando di diventare mediatori di una abbondanza di vita che sorprenderà loro stessi e li aiuterà ad assumere, sempre più profondamente, il loro carattere apostolico, imparandone i modi dallo stesso Maestro. La domanda posta dal Signore Gesù ai suoi discepoli, imbarazzati e forse persino un po’ infastiditi dal bisogno della folla, riguarda anche noi: <Quanti pani avete? Andate a vedere> (6, 38). È così che i discepoli scoprono di avere anche <due pesci> che, se condivisi, non possono essere pochi. La domanda rivolta ai discepoli può diventare per noi, alla luce di quanto l’apostolo Giovanni ci ricorda nella prima lettura: <quanto amore avete?>. Per quanto poco esso sia è sempre capace di saziare: <perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio> (1Gv 4, 7).


1. J. RUYSBROECK, I sette gradi dell’amore divino.

Accogliere… convertire

II Settimana del Tempo di Natale

Il cammino di Gesù riprende esattamente da dove si ferma quello di Giovanni Battista. Questo è un altro modo per sottolineare la verità della carne assunta dal Verbo che ha sposato il limite del tempo e dello spazio. Superare, per onore alla divina natura, questi limiti sarebbe negare la verità dell’incarnazione e un modo per separarsi nettamente da quel flusso di salvezza che ci viene descritto nella prima lettura. Esso è un processo di accoglienza piena della manifestazione di Dio nella nostra storia che rende ormai impossibile una rivelazione che sia vera fuori di essa e, ancor meno, al di sopra delle ombre e penombre di cui è impastata la nostra umanità. Giovanni lo proclama solennemente: <In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù non è da Dio>. E, come se non bastasse, l’apostolo non esita a trarre le conclusioni: <Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo> (1Gv 4, 2-3).

Al contrario dell’anticristo, il Signore Gesù – il Cristo di Dio – assume pienamente la fragilità, la debolezza e l’incertezza della nostra carne e si inserisce, umilmente, nella nostra storia aspettando, per così dire, il suo turno, senza saltare la fila: <quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nazaret e andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zabulon e di Neftali…> (Mt 4, 12-13). Il Signore Gesù è un uomo della strada e, soprattutto, si mostra docile a quei segni che la vita pone sul suo cammino e che ne indicano i passi necessari. Manifestandosi così il Cristo fa presagire il modo nuovo di annunciare la presenza del Regno. Se è vero che Gesù prende il testimone di Giovanni, è pur vero che il suo modo di annunciare la presenza del Regno non è identico. Una cosa da notare e da sottolineare è che il Battista pure presentandosi nella forza di Elia, non compie nessun miracolo e non opera nessun segno di guarigione. La totalità dell’annuncio del Battista sta nel suo pressante invito alla conversione. 

Il Signore Gesù riprende identicamente questo invito e lo contestualizza in un ministero di guarigione assolutamente gratuito. Esso, infatti, non è condizionato ad una previa volontà e scelta di conversione: <percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno di Dio e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo> (4, 23). Sembra proprio che il sublime mistero dell’incarnazione comporti una continuità, ma pure una diversità rispetto a quello che era il modo di agire e di predicare del Battista, quasi a motivo di una più acuta divina consapevolezza della fragilità e dei bisogni della nostra condizione umana. Per questo è il Signore Gesù che si mette in cammino verso gli altri senza limitarsi ad aspettare che questi vengano a lui per chiedere una parola di conversione e di salvezza. Così l’incarnazione e la condivisione serena della reale condizione dell’umanità, che va raggiunta e non semplicemente aspettata al varco della salvezza, diventano un criterio di discernimento non solo sull’uomo, ma anche su Dio, per non cadere nella trappola di trovarsi, talora con le migliori e più devote intenzioni, dalla parte dell’<anticristo>. La parola del profeta potrà compiersi ancora ai nostri giorni solo se entriamo e rimaniamo nella logica della carne del Verbo che è la <grande luce>!

Accogliere… la vita

Epifania del Signore 

La parola dell’apostolo Paolo ci permette di entrare direttamente e gioiosamente nel clima di questa solennità che celebra la pienezza del mistero dell’Incarnazione dopo le dodici notti che sono passate dal Natale del Signore: <Le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo> (Ef 3, 6). La Pasqua raggiunge la sua pienezza al mattino di Pentecoste quando gli apostoli sono in grado, per il dono e la forza dello Spirito, di uscire allo scoperto e annunciare a tutti che Cristo è Risorto e Vivente. Così pure il Natale del Signore si ammanta di luce ancora più fulgida nell’Epifania. Si compie oggi il sogno e la visione del profeta Isaia: <Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere> (Is 60, 3). L’evangelista Matteo ci racconta come alcuni <Magi vennero da Oriente a Gerusalemme> portando con sé una straordinaria scoperta: <Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo> (Mt 2, 1-2). La nascita della Chiesa, quale sacramento di salvezza per l’umanità tutta, si manifesta sin dal mattino di Pentecoste come una realtà costitutivamente ibrida e inclusiva di tutti i popoli e di ogni cultura. Questo perché il suo mistero radica nella rivelazione di Dio che, nella carne del Verbo, viene accolto dai più lontani, dai più estranei, dai meno facilitati. Sono i Magi che, nel vangelo secondo Matteo, tengono il posto degli angeli di cui parla Luca e sono loro che vengono ad annunciare ad Israele il compimento delle promesse. Tutto questo non può che turbare <tutta Gerusalemme> (Mt 2, 3). ma non turba affatto gli stessi Magi. Costoro sono uomini che cercano sinceramente la verità con purezza di cuore. Per questo i Magi sanno sempre rimettersi in strada e persino rettificare la direzione fino a cambiare totalmente programma: <per un’altra strada fecero ritorno al loro paese> (Mt 2, 12). Da questi uomini sapienti che hanno conservato la semplicità di un bambino che permette loro di non scandalizzarsi, ma di rallegrarsi quando <videro il bambino con Maria sua madre< (2, 11), molto dobbiamo imparare come discepoli e come Chiesa. Si tratta di una profonda conversione a ciò che Lévinas spiegherebbe così: <L’idea di una verità la cui manifestazione non è gloriosa né clamorosa, l’idea di una verità che si mostra nella sua umiltà come la voce di fine silenzio>. Lasciamoci condurre dal <sogno> (Mt 2, 12) di una verità fatta <bambino> e accogliamo la sua guida (Is 11, 6) accettando di cambiare sempre strada senza mai desiderare una méta diversa.

Accogliere… seguire

Settimana del Tempo di Natale

Le parole dell’apostolo, nella prima lettura, ci introducono magnificamente nella comprensione del Vangelo che ci prepara immediatamente alla celebrazione della solennità dell’Epifania: <Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?> (1Gv 3, 17). Una domanda esigente che, per molti aspetti, riguarda proprio il mistero dell’incarnazione che, in questi giorni, andiamo meditando e contemplando. L’incarnazione del Verbo di Dio è la grande occasione per ritrovare la nostra umanità non come una ricchezza da amministrare in proprio e per il proprio interesse, ma come una possibilità di condividere e di crescere insieme. Il principio discriminatorio risulta chiaro: <Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte> (3, 14).

Attorno al Signore Gesù sembrano ricrearsi le possibilità smarrite di una fraternità ritrovata e rinvigorita… quasi contagiosa in cui, finalmente, è possibile ritrovarsi in modo non solo nuovo, ma promettente. Il Signore Gesù passa. Il Maestro non è un uomo stanziale, gli piace camminare, sa di essere movimento, sa che deve essere come l’acqua sorgiva, zampillante e rigenerante. La sua storia di uomo, Figlio dell’Altissimo nasce proprio in quel primo viaggio nel ventre della madre da Nazareth arrampicandosi su per la montagna per poter abbracciare Elisabetta, poi da Nazareth a Betlemme per il censimento e da lì in Egitto per fuggire una morte sicura, poi di nuovo da Betlemme a Gerusalemme per il rito di purificazione di Maria… e ancora: <volle partire per la Galilea; trovò, Filippo e gli disse: “Seguimi”> (Gv 1, 43). Il Signore Gesù non fa il prezioso, ma condivide la ricchezza della sua vita e della sua relazione col Padre creando attorno a sé un vortice di fraternità attraverso la discepolanza.

Sembra che il fine di Gesù non sia avere dei discepoli, ma permettere, attraverso il discepolato, di ritrovarsi e riconoscersi fratelli. Subito Filippo comunica la sua scoperta a Natanaele, come Andrea aveva fatto con suo fratello Simone e lo fa non spiegando – ciò che tra l’altro non si può spiegare – ma condividendo come si fa con il pane, con la strada, con l’amore: <Vieni e vedi> (1, 46). Il Signore Gesù non si spaventa, né tantomeno si mostra ferito dallo scetticismo di Natanaele, ma gli comunica una fraternità e un’amicizia ancora più remote della conoscenza e della comunanza di vita: <Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi> (1, 48). Invece di disprezzare e di imporsi, il Signore Gesù riconosce a Natanaele che il suo impegno di ascolto appassionato e costante delle Scritture lo porta – giustamente – alla conclusione che da Nazaret non può <venire qualcosa di buono> (1, 46). Eppure, sono proprio questo riconoscimento e questo rispetto della posizione dell’altro a far intuire a Natanaele che c’è qualcosa di nuovo in Gesù da cui vale la pena lasciarsi interpellare e cambiare. Come i magi partiti da lontano sulle tracce di una stella che si fermerà su una semplice capanna ai margini di Betlemme e ben lontana da Gerusalemme; come i primi discepoli chiamati a seguire un rabbi non omologato né omologabile; anche noi siamo invitati a metterci in cammino per farci trovare dalla vita e ritrovare così dei cammini di vita sempre più condivisi e fraterni. Per l’apostolo non ci sono dubbi: <In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri> (1Gv 3, 19-20).

Accogliere… la vita

II Domenica dopo Natale 

Ritroviamo in questa domenica lo stesso testo del giorno di Natale e, con l’aiuto dell’evangelista Giovanni, ancora una volta guardiamo la storia dall’alto per poterne cogliere il segreto dal punto di vista più profondo. Il segreto della storia è il Logos di Dio, il Verbo da sempre e per sempre rivolto verso Dio che – nella sua incarnazione – trascina ogni creatura in questo medesimo arcano movimento di attenzione e di amore estatico e trasformante. Il Siracide celebra l’incarnazione della sapienza divina che lascia le sue sedi iperuranie e altezzosamente autarchiche e distaccate e fissa la sua tenda in Giacobbe, anzi venne ad abitare in mezzo a noi. Non è facile comprendere questo eccesso di presenza abituati come siamo a sentire Dio lontano, eppure questa divina compagnia è il nostro tesoro e la nostra speranza. In questa domenica è come se fossimo invitati a guardare il mistero dell’Incarnazione da un punto di vista più essenziale e persino metastorico: <prima dei secoli, fin dal principio> (Sir 24, 9). È da questo punto di vista di eternità è ancora più forte considerare come Dio attraverso l’incarnazione del Verbo ha <posto le radici in mezzo a un popolo glorioso> (Sir 24, 12). Naturalmente contemplare questo <beneplacito della sua volontà> (Ef 3, 5) esige da parte nostra una corrispondenza ed una sensibilità che siano all’altezza della profondità del dono che in Cristo riceviamo <per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità> (Ef 3, 4). Di questo cammino di santità, nel senso dell’accoglienza di quel principio di santificazione che è la presenza del Signore Gesù attraverso il suo Spirito nella nostra vita, fa parte e in certo modo ne è segno il desiderio di essere riconosciuti tra i <suoi> (Gv 1, 11) che <però l’hanno accolto>! Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Parola che interpella o parola che assopisce? Dio vuole abitare la nostra vita per potersi rendere presente attraverso la nostra piena umanità. 

Accueillir… la vie

II Dimanche après Noël 

Nous retrouvons, en ce dimanche, le même texte que le jour de Noël, et, avec l’aide de l’évangéliste Jean, nous regardons encore une fois l’histoire vue d’en – haut, pour pouvoir en cueillir le secret d’un point de vue plus profond. Le secret de l’histoire est le Logos de Dieu, le Verbe de toujours et pour toujours tourné vers Dieu qui – dans son incarnation – entraîne toute créature dans le même mouvement mystérieux d’attention et d’amour extatique et transformant. Le Siracide célèbre l’incarnation de la sagesse divine, délaissant ses sièges impériaux d’une arrogance  autarcique et détachée et fixe sa tente  en Jacob, il vient donc habiter au milieu de nous. Il n’est pas facile de comprendre cet excès de présence, habitués comme nous le sommes à ressentir Dieu au loin et pourtant, cette divine compagnie est notre trésor et notre espérance. En ce dimanche, c’est comme si nous étions invités à regarder le mystère de l’Incarnation d’un point de vue plus essentiel et même métahistorique : «  avant les siècles, depuis le début » (Sir 24, 9). De ce point de vue d’éternité, c’est encore infiniment plus fort de considérer comment Dieu, à travers l’incarnation du Verbe, a «  posé ses racines au milieu d’un peuple glorieux » (Sir 24, 9). Naturellement, contempler ce « bon plaisir  de sa volonté » (Eph 3, 5) exige de notre part une concordance et une sensibilité qui soient à la hauteur de la profondeur du don que nous recevons en Christ «  pour être saints et immaculés dans la charité face à Lui » (Eph 3, 4). Ce chemin de sainteté, dans le sens de l’accueil de ce principe de sanctification qui est la présence du Seigneur Jésus  dans notre vie, à travers son Esprit, fait partie et, d’une certaine façon en est le signe, le désir d’être reconnus parmi les «  siens » (Jn1,11) qui «  pourtant l’ont écouté » ! Le Verbe s’est fait chair et il est venu habiter parmi nous. Parole qui interpelle ou parole qui  assoupit ? Dieu veut habiter notre vie pour pouvoir se rendre présent à travers notre pleine humanité.

Accogliere… realmente

Settimana del Tempo di Natale

Origene, con la sua consueta profondità e acribia, si lancia nella meditazione del mistero di Cristo Signore chiedendosi in cosa consista quello che potremmo definire lo scatto di rivelazione nell’esperienza di Gesù. L’esegeta alessandrino1 riconosce la differenza proprio in quel <discendere>, cui segue un < rimanere lo Spirito> (Gv 1, 33). Ciò che tocca il cuore di Giovanni Battista mentre vede venire Gesù <verso di lui> (1, 29), è sicuramente il modo di camminare nella storia di colui che il Precursore riconosce come <Figlio di Dio> (1, 34). In Lui, secondo la parola dell’apostolo, possiamo riconoscere i sentieri e i modi per essere a nostra volta non solo <chiamati figli di Dio> me di esserlo <realmente> (1Gv 3, 1). Potremmo dire che il criterio di “realtà” non sta nell’evidenza schiacciante di un’identità che si impone, ma nel modo così semplice e discreto con cui il Signore Gesù si volge <verso> di noi perché noi possiamo volgerci, nella libertà e nella verità, verso di Lui. 

L’apostolo Giovanni traccia per noi l’esigente cammino della discepolanza che – in realtà – più che un impegno, è un orizzonte di desiderio capace di muovere i passi e il cuore: <noi saremo simili a lui> (3, 2). Giovanni Battista riconosce in Gesù che passa il <Figlio di Dio>, ed è posando il nostro sguardo su Gesù, lasciandoci formare dai suoi silenzi e dalle sue parole, dai suoi gesti e dalle sue pause, che possiamo sperare – a nostra volta – di diventare realmente come lui, tanto da essere riconosciuti <figli di Dio>. Da Giovanni Battista possiamo imparare a gestire l’imprevisto e a fare tesoro di quei passaggi significativi che, nella vita,  richiedono attenzione affinché le occasioni che in essa si presentano, non passino senza lasciare un segno e senza riuscire ad aprire a un di più di speranza e di desiderio.

I segni che accompagnano il silenzioso comparire del Verbo fatto carne sulla scena della storia, come un discreto e luminoso passante, sono l’<agnello> e la <colomba> (Gv 1, 32). Sono questi i simboli che permettono a Giovanni Battista di riconoscere ed indicare in Gesù, il compimento pieno delle promesse. Si tratta di due animali immolativi il cui candore è sempre legato al sangue versato. Essi sono memoria del carme del Servo (Is 53, 7; At 8, 31-35) e preannuncio di quell’Ora in cui vengono immolati gli agnelli pasquali e del sangue – versato – di Abele, del sangue che segna le porte pasquali (Es 12), prefigurazione di quelle eterne (Ap 7, 17). Con l’intuizione di chi sa vedere oltre, il Battista coglie l’essenza del mistero di Gesù non facendosi cogliere impreparato dal suo passaggio lungamente atteso e desiderato. Nelle figure della colomba e dell’agnello – così miti nel porsi e così generosi nel darsi – ci è dato di intuire l’abisso di quel grande amore in cui la nostra vita è continuamente rigenerata alla <speranza> che <purifica> (1Gv 3, 3) perché rimotiva continuamente nel dono di se stessi… realmente!


1. Cfr. ORIGENE, Omelie su Isaia, 3, 1.