Insieme

II Domenica T.O. 

L’apostolo Paolo saluta i fratelli e le sorelle della comunità di Corinto con queste splendide parole: <a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore> (1Cor 1, 3). Il profeta Isaia mette sulla bocca e nel cuore del Messia atteso una parola di consapevolezza capace di riorientare interamente tutta l’attesa e tutta la speranza: <Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria> (Is 49, 3). Giovanni Battista oggi sembra completare – attraverso la sensibilità del quarto evangelista – la testimonianza resa domenica scorsa nella festa del Battesimo: <E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio> (Gv 1, 34). A questo ikebana, di per sé già completo, possiamo aggiungere un quarto elemento tratto dal salmo responsoriale: <non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo” (Sal 39, 7-8)>. 

Ancora una volta siamo condotti dalla sapiente mano della Liturgia ad entrare nel mistero di Cristo e a farlo oggi è proprio lo sguardo di Giovanni il quale <vedendo Gesù venire verso di lui> (Gv 1, 29) coglie ciò che sfugge a tutti gli altri sotto i cui occhi avviene la stessa cosa, ma che pure non sono in grado di percepirla alla stessa profondità. Il riferimento a <Gesù> della prima riga del vangelo di oggi è come se lievitasse sotto lo sguardo del cuore del Battista, fino a diventare una proclamazione e una professione di fede che i sinottici pongono invece, all’inizio del percorso di fede da loro proposto, sulla bocca dell’indemoniato guarito nella sinagoga: <questi è il Figlio di Dio> (Gv 1, 34). Ciò che fa temere il Nemico fino a farlo sentire rovinato, e – invece – fa trasalire il cuore del Precursore, è il modo con cui il Signore Gesù comincia a percorrere le strade della nostra umana avventura, rendendolo così simile, nella sua andatura e nel suo inconfondibile tratto, alla figura di due animali come <l’agnello> (1, 29) e la <colomba> (1, 32).

Riconoscere proprio in questo Gesù che si presenta e si offre al nostro sguardo e alla nostra accoglienza con questi inconfondibili tratti, significa percorrere a nostra volta lo stesso cammino e vivere, nella stessa modalità, la relazione con i nostri compagni di strada, una relazione che ci permetterà di procedere nel cammino e  poterlo così percorrere <insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro> (1Cor 1, 2). I mitissimi tratti del Verbo fatto carne, inaugurano un modo assolutamente nuovo di annunciare e rendere presente il Regno di Dio al cuore della storia, un regno segnato da una mitezza che diventa la forma e il criterio di ogni annuncio del Vangelo che non tradisca la modalità stessa del Vangelo. Entrambi, i versetti che riferiscono dell’incontro tra Giovanni e Gesù, sono introdotti dalla notazione temporale: <il giorno dopo>. Come spiega Aristide Fumagalli: <Debordando dalla segnalazione esegetica, che riconosce in questi accenni una precisa sequenza cronologica voluta dall’evangelista, possiamo liberamente interpretare dicendo che Dio incontra l’uomo “il giorno dopo” di quello previsto dall’uomo, quando cioè costui ha smesso di far dipendere l’incontro con Dio dalle sue capacità>1.


1. A. FUMAGALLI, Come lui ha amato. L’eros di Gesù, San Paolo 2010, p. 16.

Ensemble

II Dimanche T.O. 

L’apôtre Paul salue les frères et sœurs de la communauté de Corinthe par ces splendides paroles : «  à  ceux qui ont été sanctifiés par le Christ Jésus, appelés à devenir saints, ensemble à tous ceux qui, de tous lieux invoquent le nom du Seigneur » ( 1 Co 1, 3 ). Le prophète Isaïe met sur les lèvres et dans le coeur du Messie attendu une parole de reconnaissance capable de re-orienter entièrement toute l’attente et toute l’espérance : «  Israël, tu es mon serviteur, en qui je manifesterai ma gloire » ( Is 49, 3). Jean Baptiste semble compléter, aujourd’hui – par la sensibilité du quatrième évangéliste – le témoignage rendu dimanche dernier à la fête du Baptême : «  J’ai vu et témoigné qu’Il est le Fils de Dieu » ( Jn 2, 34). A cet ikebana, en soi déjà complet, nous pouvons y ajouter un quatrième élément tiré du psaume responsorial : «  Tu ne veux ni holocauste, ni sacrifice pour nos péchés ; alors, j’ai  dit : « Voici, je viens » ( Ps 39, 7-8).

Nous sommes, encore une fois, conduit par la main de la sagesse de la Liturgie pour entrer dans le mystère du Christ et à le faire aujourd’hui sous le regard de Jean qui « voyant Jésus venir vers lui » (Jn1, 29) découvre ce qui échappe aux yeux de tous les autres qui pourtant voient la même chose, mais qui n’ont pas la capacité de percevoir à la même profondeur. La référence à «  Jésus » de la première ligne de l’évangile de ce jour est comme une augmentation du regard du coeur du Baptiste, jusqu’à devenir une proclamation et une profession de foi que les synoptiques mettent, pourtant, au début du parcours de foi de leurs propos, dans la bouche de possédé guéri à la synagogue « : Voici le Fils de Dieu » ( Jn 1, 43 ). Ce qui fait trembler l’Ennemi jusqu’à l’anéantir, et -au contraire- fait tressaillir le coeur du Précurseur, est la façon dont le Seigneur Jésus commence à parcourir les routes de notre aventure humaine, le rendant semblable, dans son allure et sa ressemblance unique à l’image de deux animaux comme «  l’agneau » ( 1, 29) et la «  colombe » (1, 32).

Reconnaître ainsi Jésus qui se présente et s’offre à notre regard et à notre accueil par ces traits que l’on ne peut confondre, signifie parcourir à notre tour le même chemin et vivre de la même manière la relation avec nos compagnons de route, une relation qui nous permettra de continuer à avancer et de pouvoir parcourir ainsi «  ensemble à tous ceux qui, en tous lieux, invoquent le nom du Seigneur Jésus Christ, notre Seigneur et le leur » ( 1Co 1, 2). La délicate douceur des traits du Verbe fait chair, annonce une façon absolument nouvelle d’annoncer et de rendre présent le Règne de Dieu au coeur de l’Histoire, un règne marqué par une douceur qui devient la façon et le critère de toute annonce de l’évangile qui ne le trahit pas l’évangile. Tous les deux versets qui réfèrent à la rencontre de Jean et de Jésus, sont introduits par la note temporelle : «  le jour après ». Comme l’explique Aristide Fumagalli : «  En débordant de la notification exégétique qui reconnaît en ces conseils une séquence chronologique précise, voulue par l’évangéliste, nous pouvons donner libre cours à une interprétation disant que Dieu rencontre l’homme «  le jour après » de celui prévu par l’homme, lorsque celui-ci a arrêté de faire dépendre la rencontre avec Dieu de sa bonne volonté ».1

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1. A. FUMAGALLI, Comme Il a aimé. L’éros de Jésus, San Paolo 2010, p, 16.

Chiamare

I Settimana T.O. –

Pietro Crisologo ci aiuta a cogliere il nesso tra ciò che abbiamo letto ieri nella salvezza che si fa guarigione del paralitico e ciò che oggi leggiamo del cammino di conversione di Levi: <Fratelli, seduto al suo banco delle imposte, questo povero pubblicano era in una situazione peggiore di quella del paralitico di cui vi ho parlato l’altro giorno, che giaceva sul suo lettuccio (Mc 2,1s). Uno era affetto da una paralisi nel suo corpo; l’altro nella sua anima>1. Seguendo questa chiave di lettura possiamo arguire che il Signore Gesù si trova di fronte ad una situazione ben più disperata in cui, alla paralisi dell’uomo steso sulla sua barella sembra aggiungersi, per aggravarla ulteriormente, la malevolenza del cuore degli scribi e dei farisei. Lungi dal lasciarsi bloccare o intimidire il Signore si mostra non solo medico che risponde all’appello, ma mi rivela medico che accorre laddove più grande è la necessità e senza essere invocato, né direttamente né indirettamente entra nella vita di Levi per liberarla dalla paralisi che sembra tenerlo inchiodato al banco delle imposte: <vide e gli disse: “Seguimi”> (Mt 2, 14).

Il Signore Gesù non si accontenta di entrare così profondamente ed efficacemente nella vita di Levi così da mutarne radicalmente il corso, ma davanti ad una nuova, eppure identica reazione degli scribi e dei farisei rivela se stesso come <medico> venuto a curare giustamente non <i sani, ma i malati> e a chiamare non <i giusti, ma i peccatori> (2 17). La chiamata di Levi diventa l’occasione di una nuova controversia cui corrisponde un incremento di rivelazione del suo mistero di consolazione e di misericordia che si fa ministero di guarigione. Nella casa di Levi, come nella casa di Samuele in cui il profeta <versò sulla testa di Saul> in modo inatteso <l’ampolla dell’olio> (1Sam 9, 26) della consacrazione regale, si conferma la volontà di Dio di passare attraverso degli uomini concreti e non scevri da debolezze molto spesso legate all’eccellenza per accompagnare e animare la storia dell’umanità verso la salvezza. 

Saul era <prestante e bello> e <superava dalla spalla in su chiunque altro del popolo> (9, 2), Levi è ricco di beni e di amici, e il Signore si accompagna fino a chiamare ciascuno per fare dono della sua misericordia e per offrire a ciascuno la possibilità di dare il meglio di sé tanto da collaborare al suo disegno di salvezza da cui nessuno è escluso. Sullo stesso uomo, come sulla stessa situazione si incrociano due sguardi: quello di Gesù che libera e incrementa un dinamismo di vita e una imprevista generosità, e quello degli scribi e dei farisei che non sperano più nulla. Tutti conosciamo il triste epilogo della storia di Saul; eppure, ciò non toglie che Dio riponga in lui la sua fiducia per tutto il tempo che sarà possibile non disdegnando di passare attraverso di lui far progredire la storia del suo popolo. Ogni giorno siamo chiamati a purificare il nostro modo di guardare perché il nostro sia, come quello di Gesù, uno sguardo che liberi e che non incateni ulteriormente.


1. PIETRO CRISOLOGO, Discorsi, 30.

Docile

I Settimana T.O. –

Il profeta Samuele si fa interprete di quello che può ben essere compreso come un grande dolore per il cuore di Dio che ha guidato ed accompagnato il suo popolo nel lungo e impegnativo cammino di liberazione e a cui viene chiesto un re: <Agli occhi di Samuele la proposta dispiacque> (1Sam 8, 6). Sembra che invece il Signore non è dispiaciuto, ma si fa attento al desiderio espresso del popolo con la sola avvertenza di rispondere in modo adeguato e mettendo ciascuno di fronte alle conseguenze del proprio desiderio. Invece di amareggiarsi e magari di lamentarsi assecondando un atteggiamento vittimistico, attraverso il suo profeta chiarisce al popolo quali saranno le richieste di quel re così tanto desiderato per sentirsi come <tutti i popoli> (8, 5). La conclusione è assai semplice e pura da parte del Signore: <Ascoltali: lascia regnare un re su di loro> (8, 22).

Così pure nel Vangelo, possiamo contemplare il Signore Gesù che si lascia toccare dal gesto di questi uomini che calano dal tetto un loro amico malato, e nel contempo si lascia interpellare dal disagio malevolo e minaccioso degli scribi tanto da rimettere in piedi il paralitico dopo avergli perdonato <i peccati> (Mc 2, 5). L’evangelista Marco colloca a Cafarnao una serie di discussioni di Gesù con gli scribi e i farisei, ed è proprio la loro reazione intrisa di malevolo sospetto a rendere necessario che la parola di salvezza interiore si faccia gesto di guarigione esteriore. Questo paralitico così docile da farsi portare dai suoi amici fino davanti al Signore Gesù, è, infatti, solo un paralitico, ma non è un isolato! Per questo il Signore non può che dichiarare la sua condizione difficile, una situazione già salvata. Il paralitico non dice una sola parola, ma si mostra assolutamente docile, prima nelle mani dei suoi portatori che lo trasportano come si fa con un morto e così gli permettono di muoversi però come un vivo, ed è ancora più docile e ugualmente silenzioso davanti al comando: <prendi la tua barella e va’ a casa tua> (2, 11).

La condiscendenza con cui il Signore Dio cede alla richiesta del popolo che chiede un re, non senza avere chiarito in modo puntuale le conseguenze e gli effetti collaterali, di una simile scelta, si contrappone a quell’atteggiamento farisaico che rischia sempre di trasformare la possibile benevolenza in pregiudizievole insistenza. Dobbiamo imparare ogni giorno a giocarci nella fiducia persino quando intravediamo delle tristi conseguenze. Come quei quattro uomini che si coinvolgono profondamente e fattivamente nella storia di dolore di uno di loro e a differenza degli scribi, siamo chiamati a non smettere mai di sperare nel meglio e fare di tutto perché, nonostante tutto, esso si realizzi magari attraverso percorsi più lunghi e talora più dolorosi. Essere docili come il Signore, significa andare ben oltre i sentimenti di piacere o di dispiacere, di gradimento o di imbarazzo per intraprendere e accompagnare cammini reali di crescita che esigono anche delle tremende deviazioni che non necessariamente equivalgono a perdere completamente la rotta.

Idolatria

I Settimana T.O. –

Sembra che il Signore Gesù sia imbarazzato dalla potenza di guarigione che risiede in lui e che da lui si dona come acqua pura e abbondante che sgorga da una fonte inesauribile. Mentre lo stupore conquista lo spazio attorno <tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori in luoghi deserti> (Mc 1, 45), questi continuamente si ritira nell’umiltà, nel silenzio, nella coscienza della vulnerabilità e della creaturalità che è la memoria perenne scritta nel deserto come luogo di memoria e di rivelazione. Il Signore ricomincia e vuole ricominciare sempre dal nulla e forse proprio per questo e nonostante la sua riluttanza <venivano a lui da ogni parte> (1, 45). Non così il popolo che leva in alto – troppo in alto – la sua voce presumendo di Dio e per questo viene umiliato e resta sconfitto. Infatti, se l’eco <dell’urlo così forte> (1Sam 4, 6) atterrisce i Filistei, al contempo, li mette in grado di fare appello a tutte le loro forze pur di non essere resi <schiavi degli Ebrei> (4, 9). La conclusione è imprevista e assai dura: <Quindi i Filistei attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto e ciascuno fuggì alla sua tenda> e l’annotazione grave: <La strage fu molto grande> (4, 10).

Nel Vangelo, il Signore si mostra di natura diversa e in certo modo assai riluttante davanti ad ogni manifestazione di potenza. I manoscritti antichi non sono concordi sulla lettura di ciò che nelle nostre traduzioni rendiamo con <ne ebbe compassione> (Mc 1, 41) che talora è reso con un secco <si indignò> che si potrebbe rendere ancora meglio con un <si arrabbiò>. Molto probabilmente il fatto che questo lebbroso <lo supplicava in ginocchio> (1, 40) invece di gratificare, mette in serio imbarazzo il Signore Gesù a motivo dell’ambiguità che questo modo di relazionarsi a lui può scatenare. Nella logica di Israele si venera e si adora solo Dio, e questo gesto estremo di supplica, assai comprensibile per la disperazione di quest’uomo rischia di assomigliare all’<urlo così forte> che si leva da Israele che si prepara alla battaglia e che ha troppe parentele con le sottili forme dell’idolatria. 

Tutto questo per il Signore Gesù non è accettabile e soprattutto mette in pericolo il suo modo di farsi manifestazione di una potenza di compassione spoglia di ogni avvenenza e di ogni straordinarietà e in tutto simile a quanto Isaia aveva profetato nella figura del servo umile e sofferente del Signore che si carica umilmente delle nostre sofferenze, prima di scacciarle potentemente. Le parole di Giovanni della Croce possono esprimere bene ciò che sta a cuore al Signore: <O soffio leggero, che sei così fine e delicato, dimmi: come puoi toccare così sottilmente e delicatamente, o Verbo, Figlio di Dio, pur essendo così terribile e potente? O felice, mille volte felice, Signor mio, l’anima che tocchi così delicatamente e dolcemente…>1. Per il Signore Gesù non basta avere pietà, non basta aprirsi alla compassione, ma è necessario farlo in modo che questo nutra la fede e faccia morire di fame ogni tentazione di idolatria.


1. GIOVANNI DELLA CROCE, Fiamma d’amore viva, strofa 2.

L’Ora Solare – Tv 2000: La vocazione contemplativa di Fra Michael Davide Semeraro nella tradizione benedettina

L’Abbazia di Novalesa e l’intervento di fr. MichaelDavide a 16:21 della puntata intera: https://www.tv2000.it/orasolare/2026/01/13/moreno-e-giulia-fernandez-fra-michael-elio-sironi/

Svegli e svelti

I Settimana T.O. –

La prima giornata pubblica di Gesù non è per l’evangelista Marco solo un resoconto, bensì una sorta di riassunto preparatorio di tutto il suo Vangelo. Alla fine di questa giornata possiamo portare dentro di noi tutti gli aspetti e gli elementi del mondo con cui il Signore Gesù ci rivela il volto misericordioso e pietoso del Padre. Così commenta Guigo il certosino: <Non bisogna passare sotto silenzio tale mistero che ci riguarda tutti. Lui, il Signore, il Salvatore del genere umano, offre nella sua persona un esempio vivo: solo, nel deserto, si dedica alla preghiera e agli esercizi della vita interiore – il digiuno, le veglie, e altri frutti di penitenza – superando così le tentazioni dell’Avversario con le armi dello Spirito>1. Laddove i discepoli sono presi dalla tentazione di pensare di essere loro a ricordare al Maestro i suoi doveri: <Tutti ti cercano> (Mc 1, 37), il Signore ci ricorda che da lui noi siamo chiamati ad imparare a farci carico delle sofferenze e dei bisogni degli altri senza dimenticare che la fonte di questa disponibilità, piena e intelligente, non può che fluire, come per il piccolo Samuele chiamato a divenire profeta in Israele, dall’umile e docile ascolto.

Se è vero che il Signore Gesù si rivela come taumaturgo e maestro, rimane ancora più vero che egli si pone nella linea dei profeti il cui primo aspetto caratteristico è quello di rimanere svegli ad ogni tocco e ad ogni appello senza presumere di sé; eppure, così capaci di archiviare i propri preconcetti e i propri programmi: <Parla, perché il tuo servo ti ascolta> (1Sam 3, 18). Il Vangelo ci ricorda che il Cristo è venuto per avvicinare la nostra umanità ferita, per sollevarla. Ma non dimentica Colui che lo ha inviato: continuamente guardiamo i nostri fratelli e sorelle in umanità, continuamente leviamo gli occhi del nostro cuore al Padre perché possiamo veramente vedere. Gesù si leva di buon mattino <quando era ancora buio> (1, 35) proprio come avverrà al mattino di Pasqua. Come all’aurora pasquale le donne cercano il Signore fino a trovarlo, così ciascuno di noi è chiamato a non smettere di cercare e di interpretare i piccoli segni – un po’ trasognati come quelli avvertiti dal giovane Samuele – per non assopirci nell’abitudine all’assenza di Dio e invece, continuamente, risvegliarci ed alzarsi – come Samuele e come la suocera di Simone – per ascoltare e per servire.

La prima giornata di Gesù così come ci viene presentata e raccontata da Marco è in realtà lo specchio di ogni nostra giornata chiamata a lasciarsi rischiarare dal passaggio del Signore. La notte in cui Samuele percepisce senza capire subito l’appello di qualcosa che richiede attenzione può ben significare ogni nostra notte di incertezza e di stanchezza in cui, nonostante tutto, <la lampada di Dio non era ancora spenta> (1Sam 3, 3). Ogni notte e ogni giorno possiamo e dobbiamo ricominciare a sperare senza lasciarci bloccare accettando l’<altrove> (Mc 1, 37) della notte che verrà e dal cui seno un altro giorno sorgerà.


1. GUIGO IL CERTOSINO, Meditazioni, 1, 49.

Non basta sapere

I Settimana T.O. –

Il Vangelo ci ricorda che la manifestazione di Cristo nel mondo e nella vita di ciascuno non può avvenire senza una resistenza e un combattimento: siamo ben lontani da un’immagine di vita spirituale irenica, gratificante e senza sofferenza. Se, infatti, incontriamo veramente la luce che è Cristo e accettiamo di esporre la nostra vita al suo raggio illuminante, allora questa non può che mettere a nudo, e in forte imbarazzo, le zone d’ombra della nostra vita interiore. Indubitabilmente molte zone della nostra vita sono refrattarie e impermeabili agli appelli di una vita vera e piena che comporta sempre l’apertura e la disponibilità a mettersi in gioco e a pagare di persona. Stranamente, ma assai comprensibilmente, il Maligno riconosce Gesù fino a ad acclamarlo: <Io so chi tu sei: il santo di Dio> (Mc 1, 24), eppure questo non cambia nulla nel suo modo di opporsi alla santità di Dio.

In modo sottile, l’evangelista Marco ricorda al lettore del suo Vangelo e quindi a ciascuno di noi che, in verità, non basta sapere e che il credere comporta la capacità di lasciarsi disturbare, fino a lasciare che la propria vita cambi radicalmente aprendosi ad una relazione che la rifondi fino a renderla a molti – e forse persino a se stessi – quasi irriconoscibile. La domanda del Maligno: <Sei venuto a rovinarci?>, in realtà non è così lontana da quel senso di fastidio che possiamo sentire noi stessi davanti alle esigenze di un cambiamento di vita che comincia sempre con un di più di libertà. Questo perché sempre la fede in Dio comporta sempre una dilatazione degli spazi della libertà che è il terreno di ogni umana fecondità. Il primo passo della libertà è il coraggio di assumere il proprio reale senza rassegnarsi come fa Anna che non esita a rivolgersi a Dio nella preghiera: <Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava…> (1Sam 1, 11). Anna sa riconosce la grandezza di Dio e, al contempo, la sua piccolezza e povertà sapendo chiedere senza pretendere. In una parola Anna, a differenza del Maligno con cui il Signore non accetta di entrare in nessun modo in dialogo evitando persino lo scontro, è capace di una relazione giusta che permette alla storia di crescere e di cambiare.

Il Maligno sa tutto, ma in realtà non crede, mentre Anna sa di sapere poco eppure si apre ad una fede colma della fiducia propria dei poveri e degli umili e ciò è capace di dare una svolta alla sua esistenza. Infatti: <<La parola è efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio quando viene creduta e amata. Che cosa infatti è impossibile a chi crede, che cosa è impossibile a chi ama?>1. Forse il grande dramma del Maligno è non distinguere la potenza del sapere e quella dell’amare. Un cammino che si apre anche davanti a ciascuno di noi per imparare così, ad imitazione del nostro Maestro e Signore, ad assumere il dolore – ogni dolore – prendendo le distanze dal male – ogni male che faccia male evitando persino di contrapporci disarmandolo col silenzio di chi ama: <Taci> (Mc 1, 25).


1. BALDOVINO DI FORD, Trattati, 6.

Dietro

I Settimana T.O. –

Al cuore del vangelo secondo Marco è incastonata la parola rivolta dal Signore Gesù a Simon Pietro: <Va’ dietro a me, Satana> (Mc 8, 33). Pietro, che rappresenta la resistenza di ogni discepolo allo scandalo della Pasqua, riveste il ruolo di Satana quando tenta di distogliere il Maestro dal compimento della sua missione e del suo particolare modo di annunciare e rivelare il mistero del Regno di Dio, che invece di essere un’irruzione nella storia degli uomini attende di essere accolto esistenzialmente, liberamente e amorevolmente da ognuno. Dopo le feste del Natale, riprendiamo la lettura annuale del Vangelo secondo Marco che esordisce con questo solenne invito del Signore rivolto ai discepoli di ogni tempo e di ogni luogo, e che oggi è indirizzato direttamente a ciascuno di noi. Se il primo invito suona così: <convertitevi e credete nel Vangelo> (Mc 1, 15) questa apertura alla conversione, chiamata a farsi fattiva e concreta adesione, assume i caratteri di una disponibilità a seguire nel senso preciso di stare <dietro> (1, 17. 19) amando di rimanere dietro all’unico Maestro. 

Il nostro cammino di ascolto del Vangelo ricomincia con una sorta di esame di quella che è la nostra reale posizione riguardo al nostro Signore e Maestro: dove ci troviamo rispetto a Lui? Il nostro posto, quello che ci compete, e quello che ci può dare veramente speranza non è davanti, ma dietro. Se l’esperienza del Battista è quella di precedere nel senso di preparare e spianare la strada, come si fa con le persone importanti alle quali sempre bisogna aprire un varco sicuro perché siano accolti, quella del discepolo di Gesù è di lasciarsi continuamente e sempre precedere dal Vangelo per conformare alla sua logica ogni parola, ogni gesto, ogni tratto. Marco fa cominciare la vita pubblica del Signore Gesù con una nota assai significativa: <Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea> (Mc 1, 14). Se tutta la predicazione di Giovanni – secondo la tradizione di Marco – si riassume in una proclamazione solenne: <Viene dopo di me colui che è più forte di me> (1, 7), con il Signore Gesù tutto è uguale, eppure è tutto diverso: si tratta di stare dietro a lui non perché egli si fa più importante, ma perché è da lui che dobbiamo imparare ogni cosa.

Per i discepoli si tratta di rimanere <pescatori> (1, 16) e pertanto imparare a <diventare pescatori> (1, 17) e questo proprio attraverso un’intima comunione di vita con il Signore da cui non si eredita un programma, ma si apprende esistenzialmente uno stile. Degno di nota è il fatto che il Signore Gesù non chiede ai suoi discepoli di sedersi ai suoi piedi in umile ascolto, ma li chiama a camminare aprendosi a nuovi scenari di vita senza nessuna assicurazione sulla vita. Di questo stile testimonia quasi profeticamente la figura di Elkanà: quest’uomo dava <una parte speciale> (1Sam 1, 5) del sacrificio annuale ad Anna perché <amava> proprio di più colei che le aveva dato di meno – in quanto sterile – ma soffriva di più. Cominciando nuovamente il tempo ordinario e rimettendoci dietro a Gesù per imparare da Lui camminando dietro di lui, la Liturgia ci offre in Anna un’icona della nostra umanità afflitta, mortificata e che, spesso, non ha altra via che <piangere> 1, 7) e in Elkanà un’icona di Cristo Signore sensibile al dolore e alla sofferenza, desideroso di essere per noi consolazione. Possiamo porre sulle labbra del Signore Gesù la protesta amorosa del Sufita: <Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?> (1, 8). In altre parole: stai <dietro a me> e non temere perché io starò sempre con te. L’amore per la vita deve essere sempre più forte del bisogno di sicurezza per cui la domanda si fa esigente: <Perché il tuo cuore è triste?>.

Accogliere… all’inverso

Battesimo del Signore 

Nell’ultima domenica di Avvento abbiamo meditato sulla figura di Giuseppe il <giusto>, colui che permette alla nostra umanità di “aggiustarsi” – nel senso più profondo di questo verbo – alla vita, cercando di mettere in relazione le esigenze della fedeltà a Dio con quelle della fedeltà all’uomo nella concretezza, spesso drammatica, della storia. Oggi vediamo – sulle rive del Giordano – comparire il Signore Gesù che si incontra con il Battista e ripropone lo stesso modello di comportamento che ha ereditato da suo padre Giuseppe, un comportamento che crea un certo imbarazzo nell’ardente Precursore al quale risulta molto strano che Gesù si umili sotto la sua mano per ricevere battesimo: <Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?> (Mt 3, 14). La risposta del Signore Gesù è ben più che una risposta di cortesia o di gentilezza. Essa rappresenta una vera e propria rivelazione di Dio, anzi un passo in più in quell’incremento di rivelazione che è il cammino di fede: <Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia> e il testo continua con questa nota di magnifica intensità: <Allora egli lo lasciò fare> (3, 15). Il mondo è ormai all’inverso, colui che deve essere battezzato, battezza…così dalla testa ai piedi Gesù è nostro fratello, questione di <giustizia>, questione di giustezza, questione d’amore!

In questo brevissimo incontro tra Giovanni e Gesù è riassunto – come in un raggio di luce che squarcia le tenebre di una lunga notte – la grazia del Vangelo che non si contrappone alla tradizione della Torah, né tantomeno alla predicazione profetica, ma che pure ci permette e ci obbliga a fare un passo di comprensione ulteriore del mistero di Dio che è sempre un di più nella comprensione di noi stessi. Il Battista, che ha predicato sulle rive del Giordano nella forza e nello spirito di Elia con un’indomabile volontà di richiamare tutti alle esigenze di una conversione seria e irrimandabile, rimane sorpreso davanti all’atteggiamento di basso profilo, e di inattesa umiltà, con cui Gesù discretamente prende dalla sua mano  il testimone dell’annuncio del Regno di Dio che viene nel segno della <colomba> (3, 16) e come rivelazione di un immenso amore: <Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento> (3, 17). 

La continuità della predicazione profetica conosce un momento di rottura nella rivelazione di Gesù come Figlio del Padre e di un Padre il cui amore e il cui compiacimento diventa il modo nuovo di concepire e di vivere i rapporti tra l’uomo e il Creatore. Nel Signore Gesù ormai si fa chiara l’opzione fondamentale di Dio per un metodo e un modo contrassegnato dall’atteggiamento <mite ed umile> (11, 26) secondo quanto era già stato annunciato dal profeta Isaia: <Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità> (Is 42, 2-3). Così la verità ha assunto i panni della più bassa umiltà. L’apostolo Pietro non fa che proporre la novità di rivelazione che ha sorpreso Giovanni e che rischia di scandalizzare i suoi fratelli ebrei: <Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti> (At 10, 38). Il Signore Gesù nel suo immergersi nel Giordano ha già il cuore totalmente aperto all’umano: quel cuore che sarà trafitto dalla lancia della nostra disumanità.