Accogliere… tra le braccia

Santo Stefano

All’indomani del Natale del Signore, la Chiesa ci fa festeggiare con una solennità che viene dalla luce natalizia il natale di sangue di Stefano il cui titolo è “protomartire” (Colletta). Mentre i nostri occhi sono ancora pieni della luce stupita che emana dalla grotta di Betlemme, la liturgia ci conduce direttamente a Gerusalemme e mentre tutto il nostro cuore è rapito dalla contemplazione del Dio fatto bambino, lo sguardo di Stefano ce ne fa sentire tutta la ricchezza di mistero: <Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio> (At 7, 56). Stefano – secondo la tradizione – fu condiscepolo di Saulo di Tarso alla scuola di Gamaliele ed era come lui il rappresentante di una vivace comunità di ebrei ellenisti che oggi definiremmo “aperti”. Eppure, è Stefano che “per primo” accetta di portare le conseguenze di un’apertura intellettuale con tutte le sue conseguenze esistenziali che, alla luce dell’intelligenza delle Scritture, non solo fa riconoscere in Gesù di Nazaret, il compimento delle promesse di Israele, ma pure rende capaci di dare la vita per lui proprio <e i testimoni deposero il mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo> (7, 58). Così commenta il vescovo Fulgenzio: <La carità che fece scendere Cristo dal cielo sulla terra, innalzò Stefano dalla terra al cielo. La carità fu prima nel Re, rifulse poi nel soldato> e aggiunge sottolineando il legame tra il primo martire e il grande apostolo <Dove Stefano, ucciso dalle pietre di Paolo, lo ha preceduto, là Paolo lo ha seguito per le preghiere di Stefano>1. In questo gioco di comunione e di offerta della propria vita fino al sangue possiamo cogliere il compiersi nel discepolo della parola del Maestro: <il fratello darà a morte il fratello> (Mt 10, 21). Ma si compie ancora più mirabilmente l’altra parola del Signore Gesù: <non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi> (10, 20). Questo si rende possibile perché Stefano è capace di fare il primo passo nella testimonianza ed il suo martirio corona – questo significa il suo nome – il suo desiderio di essere “il primo” ad amare fino a dare la propria vita. Mentre facciamo festa per Stefano siamo chiamati a fare il punto sul nostro desiderio di essere discepoli del Signore: quando si ama non si può non desiderare di essere i primi nel dimostrare l’amore e questo anche a costo della vita che comincia con la grande sfida del discernimento. Una traduzione possibile direbbe: <prendete una certa distanza in relazione a quello che pensano gli uomini> non per creare distanza, ma per porre le basi per una comunione più profonda e più vera la cui verità si misura proprio sulla capacità di mettersi in prima linea, di fare il primo passo, di accettare di cedere per primi per non rinunciare a ciò che per primi si è potuto intuire con l’intelligenza di un cuore illuminato dall’amore.


1. FULGENZIO DI RUSPE, Discorsi, 3 per la festa di santo Stefano.

Accogliere… il tutto

Natale del Signore

La scelta delle letture che la Liturgia propone per le quattro Messe del Natale del Signore – Vigilia, Notte, Aurora, Giorno – non sono semplicemente dei formulari che si possono scegliere a proprio piacimento ma rappresentano una sorta di sguardo mistico che dalla storia – la Genealogia secondo Matteo letto alla Vigilia – conduce fino a quella che i nostri fratelli orientali chiamano la Meta-Storia. Si contemplato la radice sul cui tronco germoglia Gesù di Nazareth e ci si sofferma sul luogo e il contesto storico in cui la luce della sua presenza fece irruzione nella storia dell’umanità <sotto Quirinio> (Lc 2, 2). Tutto il mistero è rivisitato “attraverso” lo sguardo di poveri <pastori che vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge>. Nel pieno meriggio di questo Giorno Santo il nostro occhio è invitato – dopo essersi spalancato sullo spettacolo commovente di un <bambino avvolto in fasce e che giace in una mangiatoia> – ad alzarsi in volo verso un altro punto di vista: quello dall’alto, quello di Dio stesso che <molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio> (Eb 1, 1-2). 

Questo Figlio che noi contempliamo tra le braccia di Maria come uno di noi è <il Verbo> che <era presso Dio ed era Dio> (Gv 1, 1). L’evangelista che alla fine del suo testo dovrà riconoscer di aver dovuto tralasciare molte cose riguardanti Gesù perché <se fossero scritte…> (Gv 21, 25) non esita nel primo versetto del suo Vangelo a dirci tutto quello che dobbiamo sapere e che non dobbiamo dimenticare: l’incarnazione non è uno scherzo ma è qualcosa in cui Dio si è giocato fino in fondo e in modo totale e senza ritorno. Aldilà di ogni forma in cui l’intervento di Dio è stato atteso nel corso della storia del popolo della promessa e, inconsapevolmente, al cuore delle promesse attorno a cui tutti i desideri degli uomini e dei popoli si sono organizzati, questo intervento di Dio è talmente totale da non poter che suscitare l’ammirazione e l’incontenibile esultanza: <Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme> (Is 52, 9). 

Il grande annuncio che rende <belli sui monti i piedi del messaggero> (Is 52, 7) è ciò che sta al cuore del prologo di Giovanni: <E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità> (Gv 1, 14). Dopo aver detto questo non c’è più tanto da vedere quanto da accogliere a cuore aperto.

TERZO PARADISO

Oggi è la parola