Convertire… la gloria
IV settimana T.Q. –
In tutto il suo ministero il Signore Gesù non ha risparmiato certo rimproveri ai suoi ascoltatori e, in particolare, a quanti detenevano il potere e ruoli di prestigio, ma quello che oggi risuona è uno tra i più forti: <E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio> (Gv 5, 44). Siamo chiamati a farci attraversare, da parte a parte, da questo terribile richiamo del Signore che mette a nudo la nostra grande paura di rimanere unicamente con Dio tra le mani e nel cuore. Non è facile capire cosa sia realmente questa <gloria che viene dall’unico Dio> e sarebbe l’unica da desiderare e da cercare con tutto se stessi e a costo della stessa vita. Lo stesso Signore Gesù fa riferimento a Giovanni – il Battista – il quale <era una lampada che arde e risplende> (Gv 5, 35). Nella prima lettura, siamo posti di fronte a Mosè che, in certo modo, rifiuta di ricevere una gloria del tutto personale e separata dal resto del popolo resistendo ad una tentazione che, arduo pensarlo e dirlo, gli viene da Dio stesso: <Di te invece farò una grande nazione> (Es 32, 10). Dio tenta per mettere alla prova e far venire alla luce ciò che portiamo nel più profondo del nostro stesso cuore.
Vi è una sorta di dissidio tra Dio e Mosè, in cui – come in altri passi delle Scritture – l’uomo sembra più “grande” dello stesso suo Signore (cfr. Gn 19). In realtà è un modo con cui il Signore, mettendosi quasi dalla parte sbagliata, aiuta la creatura a tirare fuori il meglio di sé, il più divino di sé: <Perché dovranno dire gli Egiziani: “Con malizia li ha fatti uscire…”> (Es 32, 12). Mosè sembra far leva sull’amor proprio di Dio, sul suo senso d’onore e di gloria davanti agli estranei per muoverlo a compassione e a pietà per quel <popolo che hai fatto uscire> ( 32, 11). Il Signore dice che è stato Mosè a far uscire il popolo (32, 7) e Mosè ribadisce che è stato Dio a farlo uscire. In questa sottile, ma fortissima tensione nel glorificare l’altro, in realtà non si fa che dire profondamente che l’uscita del popolo dall’Egitto, è il frutto di una sinergia tra il Signore e Mosè, tra il Creatore e la creatura. Per questo ogni nostra Pasqua e ogni autentica esperienza di salvezza non è che una riprova e una rinnovata manifestazione non della sola forza di Dio, ma anche della stessa nostra debolezza che si manifesta come punto di appoggio per la divina energia.
Per questo la grande conversione è la capacità di non avere bisogno continuamente di un <vitello di metallo fuso> (Es 32, 8) a cui dare gloria sperando di riceverne. Si tratta invece di entrare in una logica nuova – quella dell’evangelo – in cui la gloria sta solo e proprio nel fatto di essere <mandato> (Gv 5, 36) a compiere qualcosa che è già una ricompensa. La logica del mondo istituisce continuamente una sorta di rapporto inverso tra la “mia” gloria che sarà più grande e visibile quanto minore sarà la “sua” gloria. La logica del Vangelo è completamente diversa in quanto la gloria non è ciò che si sottrae all’altro, ma ciò che si condivide con l’altro come una luce e un fuoco che, se uniti, non diminuiscono, ma diventano più luminosi e più ardenti. Difficile conversione, difficile cammino che l’evangelista Giovanni non esita a dispiegare in tutta la sua profondità, identificando la Gloria con la Croce, il Glorificato con l’Innalzato-Crocifisso. Sembra proprio che non ci sia altra via se non quella di resistere persino a Dio per lasciare che egli agisca in verità, e fino in fondo, dentro di noi e perché sia l’<unico> in cui ritroviamo tutto, tutti… noi stessi!