Convertire… l’ignoranza
IV settimana T.Q. –
La prima lettura non ci offre un racconto, bensì una riflessione che diventa una presa di coscienza capace di generare una sapienza necessaria per attraversare il mistero della vita in genere e per affrontare l’enigma della sofferenza in particolare. Cogliamo l’autore della Sapienza in un momento di riflessione in cui si pone senza troppi raggiri davanti agli <empi> che vanno <sragionando> fino a prendere una decisione che sembra per loro necessaria al fine di mantenere invariata la loro vita: <Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni> (Sap 2, 1. 12). Ciò che fa veramente problema agli empi è il confronto che esige, per essere vero, una disponibilità alla conversione e un’apertura al cambiamento. Il soliloquio degli empi è drammatico e, per alcuni versi, persino commovente: la vita e le scelte del giusto sono una minaccia insopportabile perché invivibile sarebbe per loro ogni cambiamento. Nel modo di pensare degli empi, ripiegati su se stessi e assolutamente asserragliati e concentrati a difendere il loro modo di vivere, la resistenza contro le sollecitazioni del giusto sembra un atto dovuto e quasi una sorta di legittima difesa: <Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine> (2, 17). Eppure, la riflessione arguta della Sapienza non si lascia né intimidire, né, tantomeno, ingannare: <Hanno pensato così, ma si sono sbagliati; la loro malizia li ha accecati> perché <Non conoscono i misteriosi segreti di Dio> (2, 21-22). In una parola, il vero problema degli empi è la loro ignoranza radicale sul mistero stesso della vita e sulle sue leggi profonde.
È proprio contro questa ignoranza radicale, mascherata di conoscenze tanto evidenti quanto miseramente apparenti, che si scaglia il Signore Gesù: <Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure, non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato> (Gv 7, 28-29). In questo venerdì di quaresima, la Parola di Dio racchiusa nelle Scritture prepara i nostri cuori a capire bene cosa realmente accadrà sulla cima del Golgota: lo scontro tra la luce e le tenebre, tra una sapienza che pensa a preservare se stessa e una sapienza che radica invece in una relazione che sa rischiare fino a donare la vita. Eppure, non bisogna dimenticarlo nessun dono di sé sarebbe possibile senza un profondo radicamento in una relazione con l’Altissimo che dia stabilità al nostro cuore fino a renderlo saldo proprio in mezzo alla bufera di venti contrari.
La gente dice con sicumera: <Ma costui sappiamo di dov’è> (7, 27) dimenticando che non basta conoscere una persona, se non si è capace di riconoscere fino a rinascere insieme accettando di fare un tratto di strada insieme tanto da accettare di crescere e di cambiare insieme. Non è un caso che Giovanni annoti con dovizia: <Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne> (7, 2). Ogni anno Israele riviveva l’esperienza della provvisorietà del deserto. Anche noi siamo chiamati a recuperare continuamente la logica del cammino che esige di rinunciare alla protezione di troppe sicurezze per aprirsi alla scoperta di nuovi e sempre più ampi orizzonti.
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