Convertire… in annunzio
IV settimana T.Q. –
A partire da questa quarta settimana di Quaresima e con il racconto del <funzionario del re> (Gv 4, 46) che abbiamo ascoltato ieri, il vangelo secondo Giovanni diventa la nostra guida per queste prossime dieci settimane… fino a Pentecoste. La Chiesa ci affida quasi continuamente alla cura del quarto vangelo proprio perché già <in questo tempo di penitenza e di preghiera> possiamo e sappiamo essere disposti a <vivere degnamente il mistero pasquale e a recare il lieto annuncio della tua salvezza> (Colletta). La nostra stessa esperienza di penitenza e di conversione sembra essere chiamata a diventare – in se stessa – l’aurora di quell’annuncio di incontenibile gioia che profumerà il mattino di Pasqua. Per il quarto vangelo il profumo della vita e della vittoria pasquale avvolge l’esperienza del Signore Gesù da sempre e per sempre, da ciò che precede il <principio> (Gv 1, 1) e oltre i <segni scritti in questo libro> (20, 30)
È lui il <tempio> (Gv 2, 21) che il profeta Ezechiele contempla nella sua ultima visione ed è proprio dal suo amabilissimo corpo squarciato sulla croce che vedremo uscire <acqua verso oriente> (Ez 47, 1). Un’acqua che si è trasformata in un <fiume che non potevo attraversare> (47, 5) e che pure accetta di essere per noi come <una piscina> (Gv 5, 2), anzi un abbraccio. Infatti, in <un giorno di festa per i Giudei> (5, 1) il Signore Gesù, si reca presso <la porta delle Pecore… sotto la quale giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici> (5, 3). Da questo elenco il Signore non può che scegliere – come sempre e secondo la sua logica – un uomo che appartenga all’ultima delle categorie elencate. A questo che non ha <nessuno> che lo <immerga nella piscina, quando l’acqua si agita> (5, 7) il Signore si offre come la <sponda del fiume> (Ez 47, 6). Quest’uomo, abituato a vedere sempre qualcuno di cui può dire <scende prima di me> (Gv 5, 7) si ritrova come preso in una corrente mai conosciuta prima: uno sguardo e una parola che, solo e soltanto per lui, sono in grado di interpretare ciò che da <trentotto anni> (5, 3) spera di ricevere da questo strano e forse superstizioso fenomeno dell’acqua che si <agita> (5, 7).
Stupendamente il Signore Gesù accetta di mettersi al livello di questa pecora piccina, sola, abbandonata e cui non rimane che sperare in qualcosa di “magico”. Il Signore gli rivolge la parola che lo rende fino in fondo uomo ancor prima di raddrizzarlo nel suo corpo: <Vuoi guarire?> (5, 6). Possiamo immaginare la sorpresa nell’essere interrogati in modo così degno. Forse una sorpresa ben più grande di ciò che gli viene detto dopo: <Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina> (5, 8). Il Signore Gesù è un fiume <d’acqua viva> (7, 38) che invece di aspettare che il paralitico si immerga lo inonda come un <torrente> (Ez 47, 11) che risana e fa rivivere. Sì, la presenza del Signore inonda come una <medicina> (47, 12) e rimette in piedi, trasformando il lungo tempo della paralisi in una vera convalescenza che conduce a perfetta e duratura guarigione. Nonostante tutto quello che dicono i Giudei, come si potrebbe mai più separare quest’uomo dal suo <lettuccio> (il termine compare ben 5 volte) che, da essere il segno della sua disgrazia e del suo peccato, è divenuto il trofeo del suo essere veramente <guarito> (Gv 5, 14)? Impariamo da questo paralitico e facciamo del “lettuccio” su cui siamo stati a lungo paralizzati il segno di una <medicina> da <recare ai fratelli come lieto annunzio>.
Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!